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MotoGP 2020: aria nuova, vecchia passione





In un 2020 di cambiamenti, sono tante le icone della MotoGP a cadere – più o meno letteralmente – e a fare spazio a nuovi piloti che stanno portando aria nuova nella classe regina. Ma la passione per il motociclismo, quella vecchia e verace, non è mai stata così presente.

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Da qualche anno, se non decennio, a questa parte il tifo motociclistico ha subito una polarizzazione tale da portarlo ad esserlo paragonato spesso a quello calcistico. Quello brutto però, fatto di ultrà e insulti. Da qualche anno a questa parte è sparita la goliardia, non c’è più il sano sfottò. Il tifo, complici anche sistemi giornalistici opinabili e forse anche telecronache un po’ troppo di parte, ha raggiunto picchi che non avrebbe dovuto toccare. Addirittura velate minacce sotto forma di rappresentazioni di lapidi, come quella al Mugello ai danni di Marc Marquez. Non è tifo questo. Ma non è mai stato nemmeno pienamente condannato.

Come si è arrivati a tutto ciò è un discorso complesso e dalle mille, incerte, sfumature, ma la cosa certa è che è legato alle icone, agli idoli, alle leggende. Una passione così forte da andare oltre la passione stessa, snaturandola e perdendo il significato stesso di tifo.

L’Icona del motociclismo contemporaneo, quella con la i maiuscola, è senza dubbio Valentino Rossi: un pilota dalle indiscusse capacità sia in pista che fuori, un pilota ed uno showman, uno di quelli che la storia del motociclismo l’ha fatta davvero. Un personaggio che o si ama o si odia, sportivamente parlando. Un’ammirazione che nel corso degli anni ha travalicato il limite dell’amore sportivo e ha creato vere e proprie fazioni: i tifosi di VR46 e quelli contro di lui. D’altronde, mentre i suoi avversari passavano, lottavano e si ritiravano, Valentino Rossi continuava ad essere lì, a lottare, a crescere generazioni di piloti e a ritrovarsi, ad oltre 40 anni, a lottare per il podio con quei ragazzetti che lui stesso aveva messo su una moto anni prima.

Sono stati Gibernau e Biaggi prima, Stoner poi, il primo che davvero gli ha strappato le gare dalle mani con l’imprevedibilità di colui che riusciva a far andare quella moto ostica che era la Ducati. La carriera di Casey è stata tanto una parabola veloce, quanto uno spartiacque nel cuore dei tifosi: una volta che tifi per l’australiano, continuerai a farlo anche dopo il suo ritiro e, pur riconoscendo la grandezza di Rossi, non potrai mai più tifare per lui. Dopo Stoner sono stati Lorenzo e, in parte, anche Dovizioso, fino all’arrivo di quell’uragano che prende il nome di Marc Marquez. Un pilota che non ha la freddezza di Stoner, non si accontenta di portare a casa vittorie e record, lui comincia a sfidare Rossi anche davanti alle telecamere, risponde a tono, lo prende in giro, ma sempre con quel sorrisino che infastidisce gli avversari e i fan. Il 2015 il punto di non ritorno: le fazioni sono ormai schierate, o si sta con Rossi o si sta con gli spagnoli. Ed il motociclismo un po’ muore.

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Ma nel 2020 qualcosa cambia in MotoGP. Sono ormai sul divano Gibernau e Biaggi, è con la sua famiglia in Australia Stoner, Pedrosa è tester KTM e le sue imprese si vedono più ai box analizzando i dati che in pista col suo nome, Lorenzo si diverte a lanciare frecciatine su Instagram dalla Svizzera e in pista sono rimasti in tre di quella generazione: Rossi, Dovizioso e Marquez. Una stagione nata strana, con una pandemia che stravolge le carte in tavola e rende imprevedibili le azioni del mondo intero. Inizia in estate ed inizia con una premessa “è l’anno del nono di Marquez, è l’anno in cui raggiunge Rossi”.

Le carte in tavola per l’ennesimo dominio spagnolo c’erano tutte, se non fosse che lo spagnolo in questione supera, ancora una volta, i suoi limiti. Cade malamente, ma vuole rientrare in pista… d’altronde negli atleti deve esserci proprio un gene che non riesce a convincerli che siano umani. Nessuno lo ferma, Marquez torna, peggiora la sua situazione e si deve fermare ad inizio stagione. Le gare passano e Marc non rientra in pista, ormai è chiaro che la stagione sia finita per lui, e si spera solo quella. La strada è spianata per Dovizioso, nonostante Rossi con Yamaha ufficiale si diverta ad infastidire ancora i ragazzetti che vogliono lottare per il podio.

Ma il 2020 è quel che è, la pandemia è quel che è e Rossi, che pure lui è umano, si ritrova vittima del virus che ha stravolto il mondo intero e si deve tenere lontano dalle piste per un po’. La pista sembra libera per Dovizioso, è il suo anno, non ci sono più fazioni e tutti tifano per lui, per questo titolo tanto agognato e mai raggiunto. E invece no. Dopo svariati weekend ai vertici del campionato, Andrea comincia ad andare indietro, ad avere problemi e giornate storte. Nemmeno nella sfortuna altrui riesce a trovare la sua fortuna.

I miti cadono uno ad uno e, purtroppo, nessuno ne sente la mancanza.

Mentre i “vecchi” della MotoGP sono a casa o ai box o nelle retrovie, un gruppo di giovani piloti vede la luce. Un po’ come sui pullman di pendolari, quando i ragazzi del quinto si diplomano e lasciano liberi i tanto desiderati posti in fondo, con una mandria di adolescenti pronti a fare carte false pur di prendersi uno di quei sedili. Così la stagione 2020, ma stavolta i posti sono quelli davanti a tutti.

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Sembrava l’anno di Fabio Quartararo, ma purtroppo la sua poca esperienza e la grande pressione lo hanno portato a chiudere, da campione proclamato, a ottavo in classifica. Lontano dalla vetta sì, ma a soli 41 punti dal Campione. Quarantuno punti che racchiudono otto piloti: sette giovani e un Dovizioso.

Sette diversi polemen e addirittura nove vincitori, con la classifica del Mondiale che cambiava alla stessa velocità della grafica di una qualunque gara di Moto3. Un anno che nessuno avrebbe mai immaginato, nemmeno i protagonisti stessi. Non è mancato Marquez, a cui si augura ovviamente una pronta guarigione ed un rientro in forma smagliante nel 2021, e non è mancato Rossi, di cui non molti hanno notato la sua assenza causa Covid, per fortuna senza conseguenze. A questa MotoGP non è mancato nemmeno il tifo a squadre.

Joan Mir si è ritrovato Campione del Mondo 2020 con la Suzuki, una sola vittoria in tasca ed una stagione costruita come il miglior veterano. Joan Mir si è ritrovato Campione del Mondo della MotoGP e tanti non sapevano nemmeno chi fosse. Ed è stato bellissimo così.

Ancora non si sa nulla sul futuro di Marc Marquez, non si sa se possa rientrare per il 2021 e in che condizioni fisiche e mentali. Valentino Rossi retrocede in Petronas, scambiandosi il posto con Fabio Quartararo, il quale conquista una Yamaha ufficiale; avranno, di fatto, la stessa moto, ma è uno scambio che sa tanto di passaggio di testimone fra generazioni, da un 41enne ad un 21enne, con il primo che sembra avere già un piede fuori dal paddock. Andrea Dovizioso, ad oggi, non ha una sella: ha deciso di prendersi un anno sabbatico, con la speranza che non sia la fine in sordina della sua carriera in MotoGP.
Joan Mir viene premiato senza gala, senza smocking, in jeans e maglietta Suzuki. Una premiazione vecchio stile, senza troppi fronzoli, ma piena di sorrisi ed intrisa di passione. Lui lo sa bene che in tutto questo marasma la posizione peggiore la ricopre lui: ha pochi giorni per godersi la vittoria, poi si torna in pista e nei box a sistemare la moto per la prossima stagione, che il suo posto lo vogliono tutti quei piloti che erano racchiusi nei 41 punti fra lui e Quartararo, e non solo loro.

C’è un gruppetto di giovani scapestrati che vuole il proprio nome sul trofeo dopo quello di Mir ed è lo stesso gruppetto che vuole prendere il posto delle leggende dalle quali hanno imparato a guidare le moto.

C’è aria nuova in MotoGP, ma sta tornando la vecchia passione su cui è stato costruito questo sport. Per la prima volta, dopo tanti anni, in pochi sapevano chi tifare davanti la tv. Per la prima volta, dopo tanti anni, ha vinto di nuovo il motociclismo.

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Tags : Marquezmirmotogpmotogp 2020Rossi
Maria Grazia Spinelli

The author Maria Grazia Spinelli

Classe 1994, molisana. Da piccola vedevo mio padre seguire la Formula 1 e mi chiedevo cosa lo appassionasse così tanto, poi ho avuto un colpo di fulmine con le due ruote in un pomeriggio d'estate ed ho capito. Qui vi racconto il Mondiale Superbike.