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“Ma Vettel e Raikkonen dove sono?”, sento chiedersi alla mia destra mentre sono appoggiato con i gomiti sul muretto box dell’Autodromo Nazionale di Monza. Mi giro. Con un cappellino rosso fuoco calcato sulla fronte e lo sguardo sognante di chi spera che sotto una qualsiasi delle tute rosse lì intorno ci siano gli idoli per cui si fa il tifo in quasi ogni domenica dell’anno, un pargolo seduto spalle alla pista pone la fatidica domanda al proprio papà. “Non lo so, ma vedrai che arriveranno presto!”, risponde il padre di fronte allo sguardo accorato del figlio. Ah, quanto amore si nasconde dietro le bugie a fin di bene…

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Avrei potuto rispondere io allo speranzoso pupo, ma sinceramente non ne ho avuto il cuore. Avrei potuto dirgli che stando alle IG Stories Kimi Raikkonen era a giocare ad hockey sul ghiaccio con suo figlio, così come avrei potuto provare a spiegargli che Sebastian Vettel invece, molto probabilmente, è alle prese con quei demoni interiori che sembrano tormentarlo da diversi GP. Ma perché farmi portatore di un simile fardello, dico io: in fondo, le Finali Mondiali Ferrari non sono mica un evento dedicato interamente alla Scuderia, giusto? Il pupo capirà da sé, anche se questo gli costerà probabilmente una delusione.

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Già, perché la kermesse che il Cavallino Rampante ha deciso di riportare sull’asfalto dell’Autodromo Nazionale di Monza dopo ben 12 anni di assenza è stata tante cose, ma di certo non la celebrazione di una sola branca della Casa di Maranello. Le 488 GTE del WEC, le gemelle impegnate nel GT Open, le 488 del Ferrari Challenge, le auto del Programma XX e le monoposto di F1 Corse Clienti: qualsiasi sfaccettatura dell’immenso universo Ferrari è stata tirata a lucido per l’occasione, ed è fin troppo lecito supporre che a Maranello – consapevoli di poter mettere tutta questa carne al fuoco – abbiano deciso di non impegnare anche nel corso di questo weekend le proprie punte di diamante.

D’altronde, a Ferrari non serve scomodare chissà cosa per mettere a segno numeri da capogiro, numeri che altri marchi blasonati possono solamente permettersi di sognare nel corso dei propri eventi celebrativi. Sono state infatti più di 30.000 le persone che hanno assiepato le tribune di Monza nel corso del weekend: volumi di pubblico pazzeschi per un fine settimana che ha raggiunto l’acme nell’ora scarsa in cui è andata in scena la Parata Ferrari con esibizione delle vecchie F60 al seguito. Ma in fondo non c’è da stupirsi poi troppo, il marchio di Maranello è questo. E’ passione, è amore, è fede incondizionata a prescindere da chi – o cosa – faccia…qualsiasi cosa.

Non è il primo evento di questo genere a cui mi capita di partecipare, ma lasciatemi dire che le Finali Mondiali Ferrari sono riuscite davvero ad impressionarmi. Non per la quantità di persone che sono accorse in Autodromo, quello in fondo me l’aspettavo. Le celebrazioni del Cavallino Rampante mi hanno lasciato sbigottito per l’intensità della passione che si viveva e si respirava in circuito durante tutto il fine settimana. Sguardi assorti, espressioni stupite, silenzi attoniti: tutti, indistintamente da sesso, età, religione e numero di scarpe avevano delle reazioni viscerali e spontanee ogni qualvolta sentivano un V8, un V10 o un V12 accendersi, con la mente di chiunque che indugiava interrogandosi su cosa possa voler dire essere seduti dietro al volante di uno dei capolavori di Maranello. E’ stato come trovarsi nel bel mezzo di un organismo che vive in simbiosi con Ferrari stessa, tirando il fiato quando si spengono i motori, accelerando il battito cardiaco quando i cilindri iniziano a prender vita ed emozionandosi oltre ogni ragionevole misura quando si inizia a correre.

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Un’esperienza pazzesca, non ci sono dubbi. Eppure, le Finali Mondiali Ferrari sono riuscite ad impressionarmi anche da un altro punto di vista. Mai mi era infatti capitato di percepire un simile distacco tra il marchio ed i suoi appassionati, i suoi tifosi, i suoi fedeli. Ridotte all’osso le iniziative nel Paddock, blindati la maggior parte degli ambienti nonostante l’acquisto del Paddock Pass, nulla l’attività in pista per chi non fosse pilota del Ferrari Challenge o felice e fortunato possessore di un’auto del Programma XX o di F1 Corse Clienti: un inno al “guardare ma non toccare”, in sostanza.

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Chi era seduto sugli spalti questa percezione, con ogni probabilità, non l’ha avuta neppure per un istante: troppo inebriante è il grido dei motori aspirati di Maranello per permettere di pensare a qualcosa che non sia l’auto che sta transitando sotto i nostri occhi. Tuttavia, i volti perplessi di chi ad eventi simili è più avvezzo tradivano il pensiero comune: le Finali Mondiali Ferrari, così come andate in scena in questo 2018, sono state percepite come un ambiente asettico, algido, soprattutto a fronte della passione bruciante che ardeva negli occhi di chiunque sedesse tra il pubblico. Contenuto lo show offerto dalle 488 stradali e dalle quattro F60 scese in pista prima della parata, tenute improvvidamente in una Pit Lane coperta per tanti degli spettatori le prove di Pit e cambio pilota delle vetture GT, limitato ad una cinquantina di metri il tragitto in parata dei mostri del Programma XX, neppure iniziato quello delle monoposto di F1 Corse Clienti, sospinte a mano dalla griglia fino ai propri garage ed assente qualsiasi riferimento – neanche velato – ad un Sergio Marchionne ricordato invece da tanti striscioni presenti in tribuna. Un atteggiamento distaccato e a tratti quasi disinteressato che non mi sarei mai aspettato di dover evidenziare, neanche di fronte ad un marchio così elitario come Ferrari.

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Mi viene da dire che sia un vero peccato l’aver notato un distacco simile tra i due universi della Casa di Maranello, quello composto da chi le creazioni del Cavallino può comprarle e quello formato invece da chi può solamente permettersi di sognarle. In un evento simile, inteso come suggello di un’annata sportiva e soprattutto come vetrina per il brand, fulcro centrale dovrebbe essere la passione, quella che anima tanto il fortunato possessore di una delle FXXK EVO quanto il tifoso che sventola instancabile una semplice bandiera gialla con su stampato sopra il Cavallino Rampante. Ed invece, quasi inspiegabilmente, la passione viene messa in secondo piano, relegando tanti – troppi – al ruolo di semplici e totalmente inermi spettatori di pochi e lasciando abulicamente che la folla riempisse le tribune senza darle modo di vivere davvero, in uno qualsiasi degli innumerevoli modi possibili nell’anno del signore 2018 – ad esempio, tramite delle sfide su dei simulatori -, una fede viscerale.

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Peccato, dunque. Perché è vero, lì dove tanti altri faticano a coinvolgere il proprio pubblico, il Cavallino sposta piccole città. Lì dove in parecchi sono costretti ad inventarsi funambolismi per catalizzare l’attenzione, Maranello si limita ad issare il proprio vessillo. Ma lì dove si tratta di portare i propri appassionati, i propri tifosi, i propri fedeli al centro dell’azione, per assaporare fino in fondo quell’universo che li inebria da tutta una vita, Ferrari mette tra sé ed il mondo una barriera invalicabile. Finora – e con ogni probabilità per sempre – i numeri danno ampiamente ragione alla Casa di Maranello. Eppure chissà, magari il pupo protagonista dell’incipit del nostro racconto, quello che attendeva con vana speranza l’arrivo di Vettel e Raikkonen e che intristito è andato via al termine della parata, allo spegnimento dei semafori del GP di Melbourne 2019 si siederà sul divano per tifare quel pilota con il #44…

Foto: ASPhotography

 





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Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Classe '93, innamorato da una vita di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", ho creato FuoriTraiettoria per dirvi la mia sul mondo dei motori in totale indipendenza. Addetto Stampa per la Force India nel GP di Monza 2015 dopo aver vinto il 1° #JoinTheTeam ed Addetto Stampa per Honda HRC nel GP di Misano 2016 e nel GP del Mugello 2017.