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Ci ho impiegato più tempo di quanto pensassi a riordinare le idee. Non me l’aspettavo, ad essere sincero. Più che altro perché ero partito fermamente arroccato sulle mie posizioni, inamovibile sul fatto che avrei fatto fatica a trovarne un senso, convinto di poterne cogliere qualsiasi difetto e scettico sul fascino che potesse avere nel panorama motoristico attuale. E invece la Formula E – nel caso specifico l’ePrix di Roma – qualcuna delle suddette certezze è riuscita a minarla. Procediamo però con calma.

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E, soprattutto, procediamo partendo da un presupposto che ad alcuni potrà sembrare pleonastico ma che preferisco rendere palese a tutti gli altri: le parole che state per leggere non sono state scritte da un appassionato sostenitore della mobilità elettrica. Sono uno di quelli che non ripudia il futuro, consapevole come sono della necessità di trovare alternative percorribili ai combustibili fossili, ma allo stesso tempo sono anche uno di quelli che non riesce a non essere scettico circa tutte le difficoltà insite in una massiccia elettrificazione dei trasporti su gomma. E quindi, con tutti i dubbi riguardanti l’utilizzo stradale degli attuali propulsori elettrici, potete bene immaginare quanto sia poco convinto dallo sfruttamento delle batterie agli ioni di litio su delle vetture Formula che si sfidano tra i cordoli di un circuito, qualunque esso sia. Insomma, non pensate che quello che sto per dirvi sia dovuto ad un sentimento propagandistico nei confronti del motorsport elettrico, anzi. Pesate tutte le parole riflettendo sempre al fatto che siano state scritte da un ragazzo che continua ad amare visceralmente il suono dei motori, il profumo della benzina e tutto ciò che, per generazioni, ha contribuito a far nascere in noi e in tanti altri la passione per il Motorsport.

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Torniamo dunque all’incipit del nostro discorso, quando vi raccontavo di essere partito fermamente arroccato sulle mie posizioni. Avevo visto diversi ePrix in TV e, ve lo confesso, escludendo rare eccezioni nessuno di loro mi aveva particolarmente entusiasmato. C’erano troppi elementi che non mi vanno – o mi andavano, visti i Regolamenti del futuro – giù: la standardizzazione di aerodinamica e batterie, la procedura del cambio macchina, la differenza di velocità con qualsiasi altra Formula (esclusa – forse – la F.4 Abarth)…l’assenza del rumore, probabilmente, era l’ultimo dei miei problemi. E’ vero, in qualche ePrix avevo assistito a duelli degni di nota e sono io il primo ad ammetterlo, ma nelle gare in cui l’azione aveva latitato non avevo trovato davvero nulla per cui esaltarsi durante una gara di Formula E: il comportamento sottosterzante delle auto non aiuta di certo, e la scarsa velocità di punta e di percorrenza non ha mai permesso alle monoposto della serie elettrica di crearmi emozioni simili a quelle che una semplice Curva 3 del Montmelò (e non vado a scomodare qualsiasi piega di SPA-Francorchamps o di Suzuka perché sono d’animo gentile) riesce a darmi quando viene affrontata da una Formula 1.

Criticare per partito preso, tuttavia, è una cosa che ho sempre cercato di evitare. Che la Formula E non mi convincesse del tutto era sicuramente chiaro a molti, ma preferivo ignorare le sue gare piuttosto che lanciarvi contro strali. Anche perché nel corso di questi anni ho capito che tutte le competizioni motoristiche – nessuna esclusa – pagano lo scotto di arrivare nelle nostre case filtrate dalle lenti delle telecamere, che vorrebbero farci vivere tutto e che invece si limitano a descrivere tanto, e quindi ho compreso come prima di dare un giudizio su un determinato campionato sia necessario viverlo. Anche perché, come in questo caso, il verdetto finale potrebbe essere leggermente differente rispetto a quello che avevamo preventivato di emanare all’inizio.

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Ve lo dirò infatti senza troppi giri di parole: la Formula E, inserita in un determinato contesto, può avere un suo senso. Ha dei difetti che vanno oltre l’assenza di rumore ed i Regolamenti Tecnici ben poco entusiasmanti ma, a certe condizioni, è una serie che può aver ragione di esistere.

La prima condizione, imprescindibile, è non paragonarla a qualsiasi categoria esistente. La Formula E è un qualcosa di diverso da tutto quello che conosciamo, è l’alba di una nuova concezione di corse, è un differente modo di gareggiare che sta ancora cercando di capire quale sia la propria posizione nel mondo del Motorsport: criticarla ora potrebbe renderci simili a chi, dopo anni e anni di corse di cavalli, vedeva strani aggeggi scoppiettanti e fumosi lanciarsi lungo dei rettilinei sopra quattro ruote di gomma nera. Il fatto di trovarsi alle prese con la genesi di una nuova categoria lo si capisce anche solo scambiando qualche parola con i piloti tanto perplessi quanto incuriositi giunti a Roma per farsi un giro nel paddock (Bonanomi e Fisichella in primis), e se ne ha ulteriore conferma quando persino un partecipante di spicco della serie come Andrè Lotterer ammette candidamente davanti ai nostri microfoni di non aver ancora capito bene “come si gestisca davvero la batteria di queste auto”.

Alla Formula E va concesso un minimo di tempo per assestarsi, perché passeggiando tra i tendoni dei vari team – anche qui, guai a fare paragoni che risulterebbero tremendamente impietosi non solo con i paddock di F1 e MotoGP ma anche con quelli di campionati GT blasonati – si percepisce davvero come tutti si rendano conto di essere alle prese con qualcosa che non sembrano conoscere fino in fondo neppure loro.

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Dalla prima condizione discende la seconda: la Formula E, per funzionare come si deve, in questa sua prima fase ha bisogno di scenari cittadini, o comunque iconici. La particolarità della serie è quella di riuscire ad entrare tra le case della gente, è quella di far andare in scena corse nei luoghi in cui le persone solitamente transitano in autobus o restano bloccate nel traffico. La serie elettrica non può contare sul rumore – che dal vivo sì, mi è mancato parecchio – e deve quindi fare affidamento su altri elementi per colpire l’immaginario collettivo: il passaggio attorno all’obelisco dell’EUR, giusto per fare un esempio, era da solo più scenografico di tutto il circuito di Marrakech, una sorta di cattedrale nel deserto. In più, gareggiando su asfalti mai calcati da altre categorie, si evita il rischio di incorrere in pesanti confronti velocistici, visivi ancor prima che cronometrici.

Veder correre le Formula E a Montecarlo o sull’Hermanos Rodriguez, per esempio, non fa bene alla credibilità della serie. Negli occhi di tutti infatti, tanto nel Principato quanto in Messico, ci sono le velocità di percorrenza delle Formula 1: quanti potrebbe rimanere affascinati da una serie le cui auto in alcuni punti del tracciato pagano oltre 150 km/h rispetto a quelle che, visivamente, sono più simili a loro? Probabilmente pochi, e sicuramente meno di quelli che invece potrebbero interessarsi nel vedere due monoposto elettriche darsi battaglia – perché di battaglie ce ne sono, inutile nascondersi dietro ad un dito – attorno ad un monumento storico.

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A Roma l’evento è stato oggettivamente un successo proprio perché entrambe queste condizioni si sono verificate. Ed è stato un successo – e qui giungiamo alle dolenti note – anche per via del fatto che, ora come ora, la Formula E cerchi di vendersi tanto. Forse addirittura troppo, arrivando al paradosso per cui in un evento che si presenta come motoristico è proprio la parte motoristica ad esser messa in secondo piano. Passi infatti l’atteggiamento più da promoter che da pilota che alcuni driver mettono in mostra praticamente in ogni intervista, passi qualsiasi dichiarazione compiacente rilasciata da star del mondo dei motori che sono imprescindibilmente legate a doppio filo con un marchio che ha deciso di investire nella Formula E, a non poter passare è il fatto che, con la sessione di qualifica (sì, qualifica) in corso, ci fossero persone intente ad ascoltare una banda ed altre impegnate in una fila kilometrica per un giro ad una console.

E’ chiaro, l’obiettivo di chi ora guida il carrozzone Formula E è quello di attirare il maggior quantitativo possibile di pubblico. Ed è una necessità che posso perfettamente capire, visto che chiunque sia agli inizi di un’attività cerca in ogni modo di farsi notare. Quello che però non posso capire è perché, per perseguire questo obiettivo, non si tenti di valorizzare l’aspetto sportivo mettendone in evidenza i suoi aspetti positivi. Deve essere messa in risalto la competizione – e non i crash e i litigi della stessa, come un recente spot su Mediaset faceva -, non quello che orbita attorno a lei quale semplice contorno. Pensateci: facendo le dovute proporzioni, è un po’ come se a Monza, durante le qualifiche del GP della Formula 1, l’Autodromo organizzasse nella Villa Reale un concerto di Ed Sheeran per invogliare il pubblico a seguire il Gran Premio. Capite bene che il discorso fa acqua da tutte le parti.

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Anche perché – e questo è uno dei miei tanti difetti -, continuo ad avere una concezione piuttosto elitaria del pubblico del Motorsport. Sono fermamente convinto che non si diventi appassionati da un giorno ad un altro, che non si riesca a capire profondamente il senso degli sport motoristici se l’unico motivo ad averci spinti nei meandri dell’ePrix di Roma sia stato il voler evitare di trascorrere una giornata di sole all’interno di un centro commerciale. E’ vero, a Roma c’era tanto pubblico. Ed è altrettanto vero, a Roma c’erano tanti appassionati. Ma è allo stesso modo incontrovertibilmente vero che ci fossero persone che di Motorsport non sanno nulla, non conoscono nulla, non vivono nulla e, soprattutto, non si interessano di nulla che appartenga a quel mondo. Persone intente a prendere il sole ad occhi chiusi sulle scalinate dei palazzi dell’EUR, il suddetto pubblico della banda, la fila di chi attendeva il proprio turno per un giro alla console o per testare il proprio equilibrio su una sorta di skateboard: tutto mentre le vetture correvano in pista. Persone, in sintesi, andate all’EUR per vedere l’evento, non per vedere la corsa, rivelatasi peraltro anche abbastanza divertente nella sua parte conclusiva.

Torno a ripeterlo, a costo di sembrare logorroico. E’ questo, attualmente, il problema principale della Formula E. Non è tanto l’assenza di rumore, a quella noi potremmo farci l’abitudine e le nuove generazioni potrebbero addirittura crescere con il sibilo nelle orecchie. Non è tanto l’essere considerata una serie “green” quando l’unico borbottio termico proviene dai generatori diesel utilizzati per ricaricare le batterie al litio, perché è la stessa Formula E a presentarsi al mondo come “elettrica” e non come “ecologica”. Non è tanto il Regolamento che standardizza le auto o l’ancora scarsa velocità ed autonomia, perché questi sono problemi di gioventù che si possono perdonare ad una serie neonata. Il problema principale della Formula E è il modo in cui si pone al pubblico, il modo in cui cerca di intrattenere, il modo in cui cerca di coinvolgere. E’ un po’ come se avesse timore di fare affidamento solamente su se stessa, e decida quindi di ricorrere ad espedienti esterni per trattenere a sé le persone che è riuscita ad avvicinare, con il risultato però di veder minata la propria credibilità.

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Alla nuova generazione di monoposto della Formula E spetta quindi un compito ben più importante del durare per un intero ePrix. Le nuove, futuristiche vetture della serie elettrica dovranno convincere gli organizzatori ad accendere i riflettori solamente su di esse e su quello che sono in grado di fare in pista. Perché altrimenti, fino a quel momento, la Formula E sarà sì uno show, ma non sarà compiutamente Motorsport. 

Ecco il nostro vlog del weekend della Formula E a Roma:





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Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Classe '93, innamorato da una vita di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", ho creato FuoriTraiettoria per dirvi la mia sul mondo dei motori in totale indipendenza. Addetto Stampa per la Force India nel GP di Monza 2015 dopo aver vinto il 1° #JoinTheTeam ed Addetto Stampa per Honda HRC nel GP di Misano 2016 e nel GP del Mugello 2017.