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Distinguersi dalla massa non è un’impresa facile. Bisogna infatti essere a bravi ad esaltare le proprie caratteristiche e le proprie sfaccettature per rimanere impressi nell’immaginazione di chi, in mezzo ad un piattume generalizzato, è alla ricerca di un qualcosa di particolare. Nel mondo dell’automotive distinguersi è diventato piuttosto difficile in un segmento in particolare: quello dei SUV compatti, in poco tempo riempitosi fino all’inverosimile di modelli dalle simili dotazioni, dimensioni e prestazioni che molto poco spazio lasciano alla caratterizzazione.

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Eppure, nonostante questo calderone in cui molti marchi si sono gettati ricalcando in gran parte scelte altrui, si riesce ancora a trovare qualcuno che cerca di farsi notare. Quel qualcuno è Mini, che con la sua Countryman Cooper S ha proposto agli acquirenti la propria personale interpretazione del concetto di SUV compatto: un’auto sì più sollevata da terra rispetto alle sue cugine, ma che tanto dal punto di vista estetico quanto da quello prestazionale cerca di rimanere il più possibile fedele a quelli che sono i caratteri – ormai inconfondibili – del marchio.

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A partire dalle forme estremamente tondeggianti, verrebbe da dire a prima vista. Linee bombate e tutt’altro che spigolose si inseguono lungo il corpo vettura, con le velleità sportiveggianti della Countryman Cooper S che vengono messe in risalto dal pacchetto John Cooper Works, proposto come optional e decisivo nel far capire a chiunque incontri questa versione del SUV compatto di Mini di non essere di fronte ad una versione…comune. Le linee morbide della parte superiore dell’auto si mescolano infatti con quelle più decise della parte inferiore, dove paraurti con prese d’aria, calandre a nido d’ape su cui spicca la “S” che tradisce l’indole pepata e terminali di scarico sdoppiati e cromati creano un mix estremamente personale tra eleganza e sportività. Nella colorazione bicolore rosso-nera con cui l’abbiamo provata, ed anche grazie ai cerchi in lega da addirittura 19″ (proposti in abbinamento a pneumatici Runflat 225/45), la Mini Countryman Cooper S con i suoi 4.229 mm di lunghezza, 1.822 mm di larghezza e 1.557 mm di altezza non riesce proprio a passare inosservata: è sfacciata, sfrontata, vezzosa, cerca in ogni modo di farsi notare e ci riesce senza alcuna difficoltà. E’ piacente ed attira lo sguardo dei passanti sia da lontano – con la riconoscibile firma luminosa dei LED, le due bande nere dal sapore racing sul cofano ed il simbolo Mini che viene proiettato di notte alla base delle portiere – sia da vicino, con i badge ALL4 ed S dietro ai passaruota anteriori e la scritta Mini che si intravede al centro dei fari posteriori che bene fanno capire quanta cura dei dettagli ci sia dietro la Countryman.

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Cura dei dettagli che, tangibile all’esterno, si tocca con mano anche all’interno. Non è necessario infatti macinare chissà quanti km a bordo di questa Mini per rendersi conto della buona qualità dei materiali utilizzati nell’abitacolo: il pacchetto John Cooper Works, oltre a vantare un numero imprecisato di impunture rosse a contrasto, offre infatti dei sedili molto ben rifiniti e sufficientemente comodi per assorbire bene le asperità delle strade, ed il badge JCW sugli schienali e sulla razza centrale del volante – quest’ultimo di dimensioni giuste e con i comandi di audio e Cruise Control annegati sulle razze laterali – impedisce di dimenticarsi dell’anima sbarazzina di quest’auto. Le plastiche sono morbide al tatto ed esenti da fastidiosi scricchiolii, e bene organizzata è anche la plancia: al di sotto dello schermo touchscreen da 8″8 del nuovo sistema di infotainment si trovano pochi pulsanti fisici, chiari nella loro funzione e gradevoli alla vista grazie al loro stile retrò, mentre nel tunnel centrale trova posto solamente la leva del cambio manuale a sei marce assieme a (pochi) vani portaoggetti.

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Vera chicca dell’abitacolo, oltre all’impianto audio Harman Kardon proposto come optional, è però il LED Ring: l’anello luminoso che campeggia al centro della plancia, oltre infatti a colorarsi in maniera diversa in base alla modalità di guida utilizzata, nelle manovre di parcheggio diventa bianco, arancione ed infine rosso a seconda della prossimità dell’ostacolo e può essere sfruttato anche come contagiri, dato che si illumina progressivamente all’aumentare del regime di rotazione del motore rendendo pressoché inconfondibile l’abitacolo della Mini. Fin troppo minimalista è il cruscotto, con contagiri e tachimetro analogici ed un solo piccolo schermo a fornire a chi guida tutte le indicazioni relative al viaggio, mentre non del tutto efficace è l’Head Up display: funzionale per chi ha un’altezza attorno al metro e ottanta, diventa poco visibile nel momento in cui ci si avvicina al metro e novanta, con le info che appaiono fastidiosamente all’altezza del cofano nonostante la possibilità di regolare l’inclinazione della proiezione.

Altezza degli occupanti (al massimo 5) che non è invece un problema per quel che riguarda il comfort a bordo. Rispetto alla versione precedente, la nuova Mini Countryman ha guadagnato ben 17 cm di lunghezza, 3 di larghezza e 7,5 di passo, a tutto vantaggio dell’abitabilità interna. Si sta comodi sia davanti che dietro, e neppure in caso di passeggeri – o piloti – particolarmente alti ci si sente costretti dalla carrozzeria della Mini: c’è adeguato spazio per gambe e testa, ed in più il montante C realizzato in vetro e non in lamiera aumenta la sensazione di ariosità e luminosità dell’abitacolo a discapito di sensazioni di claustrofobia varie. In linea con la concorrenza è poi la capacità del vano bagagli, visto che con 5 occupanti a bordo la Mini Countryman vanta un bagagliaio da 450 l, pronti a salire fino a 1.390 qualora il divanetto posteriore venga completamente abbattuto. Ah, nota di colore: dal portabagagli è possibile far comparire – selezionandolo ovviamente dalla lunga lista degli optional – un cuscino da picnic da poter sfruttare nel corso di eventuali soste. Pratico? Comodo? Inutile? Fate vobis. 

Mini, dunque, è riuscita a proporre al mercato un SUV che non solo non si è piegato allo stile imposto dal segmento, ma che anzi è rimasto decisamente fedele ai dettami estetici del marchio. Sarà riuscita la – ormai fu – Casa inglese a creare qualcosa che sia in grado di distinguersi anche una volta messa in moto? Sì, decisamente sì.

Partiamo però da un presupposto: delle tre modalità di guida con cui può essere utilizzata la Countryman Cooper S, due sono decisamente poco sfruttabili. Perché non si può parlare di Green con totale convinzione, nel momento in cui si è alla guida di un mezzo equipaggiato da un 4 cilindri in linea da 2.000 cc turbo (e a benzina) in grado di erogare 192 CV di potenza massima a 5.000 rpm e 280 NM di coppia a 1.350 rpm. E perché la modalità Mid, dopo aver provato la Sport, semplicemente…non rende giustizia al divertimento che può offrire questa Mini. Divertimento offerto che, lasciatevelo dire, è davvero tanto.

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Una volta lanciata tra le curve, infatti, la Countryman Cooper S sembra totalmente dimenticarsi del suo essere un SUV compatto. Grazie ad uno sterzo diretto, ad un cambio dagli innesti precisi e dalla rapportatura giusta – ma con un pedale della frizione duro al punto da risultare fastidioso nel traffico cittadino – e ad un assetto particolarmente valido, questa Mini è una scheggia tra le pieghe asfaltate di un misto veloce. La trazione integrale ALL4 limita al minimo la tendenza al sottosterzo, e pur non avendo a disposizione le sospensioni elettroniche nel disperato tentativo di abbassare l’alto baricentro la tendenza al rollio ed al beccheggio è pressoché nulla: le curve si susseguono ad una velocità inconcepibile per un SUV di medie dimensioni, e far stridere i Runflat in percorrenza diventa un gioco da ragazzi ben prima del previsto. La confidenza che dà la Countryman Cooper S è immediata, ed i 1.530 kg di peso in ordine di marcia sembrano un numero totalmente privo di significato nel momento in cui si affronta una sequenza rapida di curve o quando si chiama in causa l’efficientissimo impianto frenante, con tanto mordente ed un pedale che prima di allungare la propria corsa dev’essere strapazzato molto.

Questa Mini, in un lasso di tempo decisamente breve, dà a chi guida una quantità incredibile di confidenza. Anzi, forse ne dà addirittura troppa. Il differenziale elettronico ed il controllo di trazione, infatti, intervengono in maniera piuttosto solerte quando ci si getta su un misto veloce, ma sono talmente efficienti da far dimenticare dei limiti fisici a cui anche la Countryman Cooper S deve sottostare: tanto vale a quel punto disattivarli – anche se non totalmente – in modo tale da capire da soli quale sia il limite dell’auto, piuttosto che tenere un ritmo insostenibile anche per loro e commettere errori dai quali non riuscirebbero a trarci d’impaccio. Anche perché, a questa Mini, di avere i controlli attivati o parzialmente disattivati non frega assolutamente nulla: lei sarà sempre lì, con il suo anteriore piantato a terra, pronta ad assecondarci in praticamente qualsiasi curva e facendoci sentire alla guida di una piccola compatta pepata piuttosto che di un SUV.

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Ma. C’è un ma. Ed è un ma abbastanza grande. Perché la sensazione è che, alla Mini Countryman Cooper S, manchi qualcosa. Nello specifico, i 39 CV di potenza che distinguono la versione S da quella John Cooper Works. Non fraintendiamo però: la Cooper S è una macchina decisamente veloce, visti i 222 km/h di velocità massima dichiarata ed i 7″2 che sono necessari per coprire lo 0-100 km/h da fermo, ma è come se a bordo della versione S ci si aspetti che accada qualcosa che poi in realtà…semplicemente non accade. Il rombo del 2.0 è cupo, pieno, non filtrato da impianti acustici di sorta – e in rilascio c’è il backfire! Un SUV che scoppietta! -, e la doppietta automatica che il cambio effettua quando i controlli elettronici sono inseriti consente di uscire decisamente veloci e con il giusto regime di rotazione dalle curve, ma davvero si ha la sensazione che l’auto sia in qualche modo “strozzata”, impossibilitata ad esprimersi come vorrebbe. Sensazione peraltro che viene amplificata a dismisura quando si utilizza la Countryman Cooper S in una delle due modalità da noi bypassate, quella Green in cui il 2.0 si plafona in maniera incredibile costringendo a ricorrere in qualsiasi momento alla leva del cambio e quella Mid in cui la risposta del motore è sì più decisa ma comunque sonnacchiosa rispetto a quella vantata in Sport. Il tutto a fronte, peraltro, di consumi decisamente elevati per la categoria, dato che nell’arco della nostra prova – svolta in un mix di percorsi urbani, extraurbani ed autostradali – non siamo riusciti a mantenere medie di percorrenza superiori ai 10 km/l.

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E una simile sensazione, purtroppo, sporca un po’ la brillante immagine che questa Mini riesce a dare di sé, dato che la Countryman, nel suo segmento, riesce a distinguersi agevolmente non solo da un punto di vista estetico ma anche dal punto di vista dell’handling, della guidabilità e, più in generale, delle sensazioni di guida. Tuttavia, con la versione S ci si ritrova sì alla guida di un’auto sbarazzina, ben rifinita, spaziosa, divertente, veloce e brillante, ma si è allo stesso tempo consapevoli che quella stessa valida automobile potrebbe fare di più – o consumare di meno – nelle versioni JCW, SD o S E, la variante ibrida da 224 CV. E con tre versione della stesso modello che possono ulteriormente portare più in là l’asticella – già molto alta – della Mini Countryman, ha senso spendere oltre 45.000 € per la versione S? A questo domanda rispondete voi. Come la penso io, tanto, credo sinceramente che lo abbiate già capito.





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Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Classe '93, innamorato da una vita di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", addetto stampa di Tsunami RT nel Carrera Cup Italia, di Honda HRC nei GP di Misano '16 e Mugello '17 e di Force India nel GP di Monza '15 dopo aver vinto il 1° #JoinTheTeam, sono partner di RedBull.com e accreditato F1. Ho fondato FuoriTraiettoria.com perché mi annoiavo a studiare giurisprudenza e su Instagram sono @natalishow.