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Perché c’è tutto questo interesse verso Mick Schumacher?





Sin da quando il giovane pilota tedesco ha messo piede in una monoposto, nel 2015 in F4, ha sempre suscitato molto scalpore, tanto che il suo nome per i profani dello sport è più conosciuto di quelli di almeno metà dei piloti dello schieramento della classe regina, e i suoi risultati hanno quasi la stessa risonanza mediatica di una vittoria Ferrari, che in Italia non è poco. In questo pezzo cerchiamo di analizzare i motivi di tutta questa fama, e cerchiamo di capire come potrebbe influire sulla sua carriera.

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Ovviamente, il motivo principale per cui il giovane figlio d’arte sia sempre sulla bocca di tutti è proprio questo, il più scontato, cioè l’essere figlio d’arte. L’avere il cognome e i geni del pilota più conosciuto e vincente di sempre è fonte di attenzione costante da parte della stampa e dei tifosi, che cercano sempre di paragonarlo al padre ad ogni suo minimo gesto, anche scadendo talvolta nel ridicolo. A questo, ovviamente, si ricollega la ben nota situazione attuale di Michael, di cui da ben sei anni si sono perse le tracce dal punto di vista mediatico per il tristemente noto incidente sugli sci, lasciandoci soltanto i ricordi del grande campione che fu, i sorpassi, le vittorie e anche, va detto, i gesti non proprio limpidi della sua lunga carriera. Vedere uno Schumacher aggirarsi nel paddock, addirittura nel box Ferrari con la divisa del Cavallino, ci fa sentire ancora di più la mancanza del Kaiser, che ci saremmo immaginati ancora nell’ambiente che tanto gli ha dato una volta dismessi gli abiti da corsa, magari con qualche ruga e i capelli ingrigiti, ma non di certo in un letto o in qualunque condizione sia al momento.

© Reuters

Il secondo motivo, e questa è un’analisi strettamente personale dell’autore dell’articolo, riguarda la situazione sportiva attuale della Ferrari. Le Rosse non vincono un titolo da dodici anni, tredici pensando al Mondiale Piloti, quando in squadra c’era ancora Schumacher (anche se non in veste di pilota) e la base era ancora quella della squadra schiacciasassi di inizio millennio. Barrichello, Byrne, Brawn, Todt, Massa, Raikkonen, Domenicali, Montezemolo, tutti andati via, alcuni dalla Ferrari, altri proprio dall’ambiente. In questo contesto di desolazione sportiva, ai Tifosi, come ci chiamano all’estero, non resta che aggrapparsi al passato, a chi ha reso grande il marchio di Maranello, a chi ha interrotto quel ventennale digiuno che sembrava eterno. Perché Michael per chi ama la Ferrari è visto alla stregua di un Messia, e più le sconfitte aumentano, più ci rendiamo conto di quanto lui abbia dato alla causa Rossa, e i Ferraristi hanno dannatamente bisogno di un altro salvatore, cercando disperatamente di replicare quel periodo d’oro che anno dopo anno sbiadisce sempre di più come vecchie polaroid. C’hanno provato con Vettel, l’erede designato dallo stesso Schumacher, il bambino tedesco cresciuto con il poster del Kaiser in camera, che è stato capace di far emozionare più di una persona quando, dopo la prima vittoria in Rosso, fece suonare in sequenza l’inno tedesco e quello italiano, la colonna sonora dei tanti successi dell’accoppiata Michael-Ferrari. Ma Seb, purtroppo o per fortuna, non è Michael. Vettel era innamorato della Ferrari da sempre, ed è anche diverso da Schumacher dal punto di vista caratteriale. Il nativo di Kerpen era freddo, un automa, puramente teutonico, mentre quello di Heppenheim è più latino, più simile ad un italiano per certi versi, più incline a farsi sopraffare dalla pressione. Forse non è un caso che il periodo più duro della sua carriera sia iniziato proprio nel momento in cui era più in alto, primo nel GP di casa e con un mondiale che sembrava stesse per cadergli in mano. Purtroppo, per quanto non credo che Sebastian sia finito, da quell’estate 2018 il tifo Rosso ha iniziato ad allontanarsi da lui, mentre nel frattempo Mick iniziava una rimonta dell’Europeo di F3 che l’avrebbe portato a vincere il titolo. Ed è lì che per tutti è iniziata l’investitura, la proclamazione ad erede al trono di Maranello che, nonostante il più recente successo di Raikkonen nel 2007, idealmente appartiene ancora a suo padre. Il suo ingresso nella Ferrari Driver Academy, poi, è stato accolto come una conferma che sì, i risultati di Schumi sr potevano essere ripetuti, e sarebbe stato proprio Schumi jr a farlo, in un eccesso di entusiasmo chiaramente esagerato. Vedere quei lineamenti che non lasciano dubbi sulla sua discendenza uscire da una tuta rossa, quelli occhi così dannatamente simili a quelli del padre, specie quando li vediamo sbucare da un casco, per molti è un colpo al cuore, che fanno tornare molti di noi all’infanzia. Ma Mick non è Michael, e dovremmo mettercelo in testa, cercando di non affidare al pilota classe 99 la responsabilità di qualcosa troppo grande forse per tutti.

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E arriviamo quindi a dove potrà portare questo attaccamento mediatico. Mai nessun pilota aveva ricevuto tanta attenzione addirittura dalla Formula 4. Altri figli di piloti illustri ci sono stati, vero, ma Nico Rosberg e Damon Hill sono riusciti sin da subito a fuggire dalla figura del genitore, mentre i più recenti Verstappen e Magnussen sono riusciti a rimpiazzarli tranquillamente. Non menziono Sainz poiché, ovviamente, i due Carlos corrono in categorie diverse, e un paragone è impossibile. Forse il pilota più simile a Mick, da questo punto di vista, è Jacques Villeneuve, ma lui sin da subito prese le distanze con il padre, anche per il fatto di non firmare con la Ferrari scegliendo la Williams. Questo non è riuscito a Mick, e la stampa non si fa scrupoli ad associarlo al sette volte iridato, esaltando le sue gesta come se avesse fatto chissà che. Un esempio è la vittoria dello scorso anno a Budapest in F2. Complice anche la scadente prestazione della Ferrari del successivo GP, le testate giornalistiche sportive hanno riservato a questo successo, meritato sì, ma aiutato dell’inversione della griglia, uno spazio maggiore di quello concesso alla categoria regina. E questa era una cosa mai vista, al limite dell’assurdo. A cosa può portare tutta questa fama? Indubbiamente può avere dei vantaggi. Chiamarsi Schumacher vuol dire attrarre sponsor, e attrarre sponsor vuol dire attrarre team. Considerato anche il fatto che non sia un “fermo” assoluto, questo vuol sicuramente dire vederlo in F1 non appena avrà i punti necessari per la Superlicenza, forse già nel 2021. Ma a questo vantaggio, corrisponde uno svantaggio forse molto più pesante: dal momento in cui disputerà il primo GP, sarà costantemente sotto i riflettori, chiamato a replicare quanto fatto dal padre, in un confronto che sarebbe impossibile per il 99% dei piloti. La stampa lo eleverà a Dio ad ogni buona prestazione, ma lo bastonerà pesantemente al primo errore. E se mai dovesse andare in Ferrari, apriti cielo, sarà su un piedistallo altissimo che renderà dolorosissima ogni caduta, molto di più di quanto non sia già riservato ad ogni pilota di rosso vestito. Se dovesse vincere qualche mondiale facendo una buona carriera non sarà sufficiente, e se anche dovesse superare il padre nei numeri al massimo potrà idealmente pareggiare, perché si tende sempre a favorire i piloti di una volta nei confronti. Mick ha la strada spianata per certi aspetti, ma per altri quella stessa strada è cosparsa di buche, spine e fossi. Come andrà da qui in avanti la sua carriera lo sapremo solo vivendo. Ma quel che è certo, è che non sarà come quella degli altri piloti. Sta a lui e a noi fare in mondo che questo sia in senso positivo.





Tags : f1michael schumacherMick Schumacherscuderia ferrari
Alfredo Cirelli

The author Alfredo Cirelli

Classe 1999 (la prima gara che mi vide al mondo fu quella in cui Schumacher si ruppe una gamba, per intenderci), sono cresciuto con la F1 commentata da Mazzoni, da cui ho assorbito un'enorme mole di statistiche non propriamente utili, che prima che Fuori Traiettoria mi desse la possibilità di tramutarle in articoli servivano soltanto per infastidire i miei amici non propriamente interessati. Per FT mi occupo di fornirvi aneddoti curiosi e dati statistici sul mondo della F1.