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Cosa non ci è (ancora) piaciuto della Formula E dopo il round di Ad Diriyah





Per tanti campionati che finiscono ce n’è uno che, durante l’inverno, prende invece il via: la Formula E è iniziata infatti proprio durante questo weekend, dopo aver visto calare il sipario sulle stagioni 2019 di MotoGP e WRC e mentre anche il Circus della Formula 1 si accinge a chiudere i propri battenti.

© BMW Press
© BMW Press

Sulle polverose strade di Ad Diriyah, in Arabia Saudita, sono andate in scena le prime due gare dell’annata 2019/2020 della serie elettrica e dunque, inevitabilmente, la Formula E è tornata ad essere sulla bocca di tutti o quasi. Che le si amino, le si tollerino o le si odino, le monoposto elettrificate riescono praticamente sempre a far parlare di sé, soprattutto poi ad inizio stagione quando la curiosità attorno alla serie tocca con ogni probabilità il proprio zenit. Tra nuovi piloti e – soprattutto – nuovi team, infatti, l’esordio di questa stagione della Formula E presentava parecchi spunti di riflessioni interessanti, con rapporti di forza scritti durante le annate precedenti che avrebbero potuto essere (e, almeno finora, effettivamente sono stati) stravolti ed un livello di competitività all’interno della serie ancora più elevato rispetto al recente passato.

© BMW Press
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Grazie per l’appunto ai poco più sopra citati nuovi team e nuovi piloti, entrambe le gare di Ad Diriyah si sono svolte seguendo un copione se non nuovo quantomeno diverso. Porsche e Mercedes, in particolare, sono entrate dalla porta principale della serie bussando in maniera davvero poco delicata, e se BMW ha dimostrato di essere prontissima a giocarsi qualcosa d’importante in quest’annata decisamente qualcosa è invece mancato a vecchi protagonisti come Mahindra e DS Teechetah. C’è stato dunque un rimpasto – rectius, un rinnovamento – piuttosto deciso dei valori in campo, risultato interessante dal punto di vista sportivo, positivo per gli aficionados della serie che vedono un gruppo ben nutrito di partecipanti ma incapace di tappare, una volta di più, tutte le falle che ancora fanno annaspare la Formula E.

No, la mancanza del rumore non è una di queste. E neppure il fatto che, sulle monoposto, non ci sia l’ombra di qualcosa che sia vagamente somigliante ad un motore termico. Entrambe sono caratteristiche intrinseche della serie: se così non fosse, staremmo parlando di uno dei tanti campionati monoposto che costellano il firmamento del Motorsport e non di una categoria che è riuscita molto in fretta a ritagliarsi uno spazio a livello mondiale, dunque da quei punti di vista sarebbe anche il momento di mettersi il cuore in pace. Al netto quindi di peculiarità congenite, in quel di Ad Diriyah la Formula E (per la sesta volta consecutiva) ha dimostrato di non essere riuscita a – o, forse, di non aver voluto – lasciarsi alle spalle quelli che sono i motivi per cui, ad oggi, non risulta capace di intaccare neppure di striscio il cuore di molti appassionati di corse e motori.

© Audi Media Center
© Audi Media Center

E’ difficile infatti, per quel che mi riguarda, non storcere il naso di fronte ad ePrix andati in scena su palcoscenici (troppo) angusti e (troppo) impolverati come quello saudita, il cui unico merito è quello di mortificare l’azione in gara rendendo la corsa un’alternativa tra un monotono trenino – con la Safety Car a fare spesso da locomotiva – ed un caotico Demolition Derby. La Formula E, ostinandosi purtroppo ad essere schiava del portafogli, persevera nel voler correre lì dove, semplicemente, non si dovrebbe. Lo scrivevo più di due anni fa di ritorno dall’ePrix di Roma: il vantaggio della serie elettrica è quello di poter disputare le proprie corse in luoghi scenografici, all’ombra dei monumenti o nel dedalo delle stradine delle metropoli, ma il vantaggio di poter correre più agevolmente della F1 su strade d’uso quotidiano si scioglie come neve al sole non appena le monoposto vengano portate – in questo caso quasi letteralmente – in quelle che sono vere e proprie cattedrali nel deserto.

L’ingombrante assenza di scenari da “Mille e una notte”, oltretutto, ad Ad Diriyah non è stata neppure lenita da un layout che permettesse di dare vita a spettacolari battaglie. Pochissimi i veri punti di sorpasso, clamorosamente stretta la sede stradale della sezione centrale del tracciato – che peraltro ha costretto gli organizzatori a piazzare la zona di attivazione dell’Attack Mode in un punto piuttosto infelice -, eccessiva la piattezza di una pista di cui è davvero difficile ricordare una sezione, uno scorcio, una curva: tutto ciò, all’immagine di una Formula E che in Arabia è stata percepita dal grande pubblico come non troppo divertente, non fa affatto bene.

© Porsche Pitpress
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Così come non fa affatto bene il correre in luoghi dove le tribune sono, in una maniera che potrei definire “triste” senza troppo timore di essere contraddetto, clamorosamente semivuote. A farsi notare sugli spalti non sono infatti striscioni, bandiere ed entusiasmo, bensì sedili vuoti, silenzio, quasi indifferenza: si ha la sensazione che chi sia lì, soprattutto tra il pubblico di quei paesi la cui tradizione motoristica non è così radicata nel tempo, ci si trovi quasi per caso, incuriosito da quello che probabilmente viene considerato uno spettacolo più che una competizione. Il risultato è un clima algido, arido, spoglio, che trasmette l’immagine di una Formula E davvero troppo fine a se stessa ed al proprio tornaconto.

Il che, sinceramente, lo trovo un peccato, dato che questa stagione 2019/2020 i crismi per essere, se non appassionante, quantomeno interessante li avrebbe tutti. Preconcetti a parte, il livello medio dei piloti presenti sulla griglia di partenza della serie elettrica è molto probabilmente uno tra i più alti del mondo del Motorsport. Ecco perché fa specie vedere che nessuno – o al massimo in pochi – riescano ad apprezzare davvero quello che hanno davanti, limitandosi ad osservare, senza riuscire ad esaltarsi per la manovra di questo o quel pilota, delle monoposto che sibilano tra i muretti di una pista polverosa.

© Porsche Pitpress
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Già, polverosa. Un’altra delle caratteristiche del tracciato di Ad Diriyah che tutto fuorché bene ha fatto al weekend di apertura della Formula E. Complici anche le gomme scanalate, tutti i protagonisti della serie – dai più esperti e blasonati fino ai più giovani rookie -, sono sembrati impacciati, goffi, stranamente predisposti all’errore, dando al pubblico generalista l’impressione di trovarsi quasi di fronte a parecchi dilettanti allo sbaraglio. Chi segue piuttosto assiduamente il Motorsport sa bene che in quelle condizioni riuscire a controllare una monoposto – dotata di quella coppia motrice e priva di un carico aerodinamico che possa davvero definirsi tale – sia tutto tranne che un gioco da ragazzi, ma questo messaggio al vasto uditorio degli spettatori occasionali arriva in ritardo, arriva sottovoce o, nel peggiore dei casi, non arriva proprio.

Anche perché (e l’impressione parrebbe essere confermata anche dal posizionamento dell’Activation Zone dell’Attack Mode) pare quasi che la Formula E sia oltremodo propensa a veder creato il caos. Basta osservare con neppure troppa attenzione quello che è successo dopo la prima ripartenza da SC nel corso di Gara 2 del weekend arabo, con una miriade di piloti messi sotto investigazione ed una confusione pressoché totale generata dai repentini, necessari e forzatamente improvvidi cambi di traiettoria di chi, volendo attivare l’Attack Mode, era costretto ad affrontare Curva 1 tenendo una linea totalmente estranea ad ogni logica motoristica. Il testacoda di Buemi, causato da un involontario tamponamento di Da Costa, è forse la cartina al tornasole di quanto la Formula E sembri alla ricerca del caos prima ancora che dello spettacolo: il pilota brasiliano in quella situazione non avrebbe mai fatto girare il proprio collega francese se quest’ultimo, per attivare quella benedetta modalità attacco, non avesse frenato in uscita di curva per gettarsi all’esterno della traiettoria. E di caos – pur attribuendo stavolta diverse responsabilità alla FIA stessa – si potrebbe parlare anche facendo riferimento alla “falsa” ripartenza dalla seconda SC, quella in cui è stata data bandiera verde nonostante la gru ed i commissari fossero ancora intenti a rimuovere (non troppo celermente) la vettura incidentata di Sam Bird, colpito da Mitch Evans in una di quelle fasi in cui l’ePrix di Ad Diriyah stava sperimentando la poco più sopra citata metamorfosi tra un trenino ed un Demolition Derby.

© Audi Media Center
© Audi Media Center

Infine (ma questo è un aspetto che vale solamente per l’Italia), l’impressione è che Mediaset si sia fatta cogliere un po’ impreparata da questo esordio della Formula E. Trasmissioni pre e post gara apparse forse troppo superficiali e contributi da Paddock, Box e bordo pista non sempre puntuali ma anzi a volte utili solamente a far perdere momenti salienti della corsa – vedasi l’intervento di Ronny Mengo durante il quale, per voler enfatizzare una particolare visuale della pista, la coppia Nicola Villani – Luca Filippi (quest’ultimo davvero piacevole in cronaca) si è lasciata sfuggire l’incidente di Sam Bird in diretta -, hanno raccontato una generale propensione al voler indorare al limite dello stucchevole una pillola ancora un pelo indigesta che, prima di essere celebrata, andrebbe probabilmente spiegata, affrontata e raccontata in modo meno semplicistico e più appassionato.

Di tempo per migliorare, indubbiamente, la Formula E ne ha a disposizione ancora parecchio. Tutto sta da capire però se, da parte sua, ci sia effettivamente la volontà di lasciarsi alle spalle quelle caratteristiche che finora non le hanno consentito di far breccia nell’animo di chi ha un’idea più radicata del motorsport. Perché alla serie elettrica molte di queste peculiarità sono state finora perdonate bollandole come “errori di gioventù”, ma prima o poi anche questa “gioventù” finirà. E a quel punto di scuse per tentare di giustificare alcuni suoi aspetti negativi non ce ne saranno proprio più.





Tags : eprix ad diriyahf efia formula eFormula E
Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Classe '93, innamorato da una vita di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", addetto stampa di Tsunami RT ed Enrico Fulgenzi nel Carrera Cup Italia 2019, di Enrico Fulgenzi Racing nel Porsche Sports Cup Suisse 2019, di Honda HRC nei GP di Misano '16 e Mugello '17 e di Force India nel GP di Monza '15 dopo aver vinto il 1° #JoinTheTeam, sono partner di RedBull.com e accreditato F1, FE e WRC. Ho fondato FuoriTraiettoria.com perché mi annoiavo a studiare giurisprudenza e su Instagram sono @natalishow.