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Mika, Michael e Monza. La vera faccia sotto il casco





In questo articolo parleremo di due edizioni del Gran Premio d’Italia, quelle del 1999 e del 2000, e dei due protagonisti di quegli anni, Mika Hakkinen e Michael Schumacher, che sono stati capaci di vincere i due mondiali di quell’anno partendo da un gesto all’apparenza di debolezza, ma che in realtà ha dimostrato tutta la loro forza.

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Tempo fa, durante un’intervista, Sebastian Vettel disse che uno dei vantaggi di essere un pilota, rispetto al praticare un altro sport o all’essere una celebrità di altro tipo, è l’indossare il casco. Il pilota della Ferrari sosteneva infatti che sì, molta gente conosce Sebastian Vettel, ma lo aiuta nella vita di tutti i giorni avere la faccia nascosta dalle telecamere per la maggior parte del tempo, poiché buona parte delle persone, non seguendo assiduamente lo sport, non è in grado di associare il suo volto al suo nome. Un punto di vista interessante del pilota forse meno “divo” dei venti in griglia, della cui vita effettivamente, tralasciando la parte prettamente sportiva, non si sa assolutamente niente. Un ragionamento che, però, ci porta anche ad un’altra conclusione, cioè che questo permette ai piloti di nascondere le loro vere emozioni, sia quando sono positive, sia quando sono negative. Se vincono, questi mantengono la protezione della testa fino alla saletta antistante il podio, se perdono o sono coinvolti in incidenti restano con il volto coperto fino al rientro nei box. Quando oramai svelano il loro volto, l’adrenalina è scesa, sono più calmi e nel secondo caso magari si sono già cambiati i vestiti prima di concedersi alle interviste, discutendo con il team su cosa dire o meno. Ci sono stati però dei momenti in cui questo però non è bastato, in cui questi uomini hanno dimostrato i loro stati d’animo per quelli che erano al momento, senza nemmeno vergognarsene, e due di questi momenti sono avvenuti proprio nel velocissimo tracciato incastonato nel verde della Brianza, coinvolgendo due piloti che resteranno sempre legati nella memoria collettiva, perché con le loro gesta dentro e fuori la pista hanno reso impossibile non pensare ad uno quando si parla dell’altro.

© Dan Istitene / Getty Images / Red Bull Content Pool
© Dan Istitene / Getty Images / Red Bull Content Pool

Il primo episodio ci porta al 1999, più precisamente al 12 settembre. Il Gran Premio d’Italia quell’anno fu la tredicesima prova di un campionato che fino a quel momento si poteva ritenere movimentato. Nonostante l’idolo della marea rossa che costeggiava il tracciato, Schumacher, fosse in convalescenza a casa sua dopo essersi giocato una gamba a Silverstone, le oltre 110.000 persone in autodromo riponevano grande fiducia nella Ferrari, che grazie ad un Irvine mai così in forma e ad una McLaren improvvisamente diventata goffa e sgraziata potevano continuare a sperare nell’agognato titolo che mancava da vent’anni. McLaren che però sui rettifili monzesi volava, specie nelle mani di Hakkinen, che al sabato firmò una pole meravigliosa, e alla domenica si involò per la prima parte di gara. Fino al trentesimo giro. A quel punto il pilota finlandese, affrontando la Prima Variante, commise un errore quasi da dilettante, una delle poche macchie di una carriera costellata di successi come la sua: durante la frenata sbagliò ad inserire la marcia, la vettura partì in testacoda e in un attimo il Finlandese si ritrovò nella via di fuga, umiliato e furente, mentre i tifosi ferraristi accoglievano l’errore con un clamoroso boato e mentre la vittoria pioveva nelle mani di Heinz Harald-Frentzen, che per le due settimane successive potè, contro ogni aspettativa, cullare il sogno mondiale. Sceso dalla macchina, Mika inizialmente fece per dirigersi verso i box, ma ad un certo punto si accucciò dietro il guardrail quasi avesse avuto un malore, e, davanti agli sguardi sbigottiti dei fotografi e dei commissari che aveva intorno, iniziò a piangere, forse automaledicendosi per quell’errore che rischiava seriamente di compromettere un mondiale che fino a qualche secondo prima era saldamente nelle sue mani. Quelle immagini del Finlandese Volante, fragile come mai era stato in pubblico, fecero il giro del mondo, incrinando la convinzione che vede i finlandesi come delle persone fredde e poco inclini a mostrare le proprie emozioni, avvicinando così il finnico ai cuori degli appassionati del motorsport a tutto tondo.

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Il secondo episodio ci porta invece avanti di 365 giorni, al 10 settembre 2000. Nel Tempio della Velocità si arriva di nuovo con i team di Woking e Maranello in lotta per il titolo, ancora con la McLaren davanti alla Ferrari, ma stavolta l’avversario di Hakkinen non è l’allegro e solare Eddie, ma il ben più teutonico Michael, che, ristabilitosi dall’infortunio dell’anno prima, si era ripreso i galloni di capitano all’interno del team, e stava cercando di condurlo, per il quarto anno consecutivo, verso quel titolo che proprio non voleva saperne di arrivare. Quella gara, funestata dal terribile incidente alla Roggia che uccise un commissario, Paolo Gislimberti, fu più tirata dell’ultima del millennio precedente, con Schumacher che dopo l’onta del sorpasso subito a Spa, il suo regno, voleva riprendersi lo scettro di capobranco davanti al suo popolo, strappandolo di mano proprio a Mika. Dopo 53 tornate di duello a distanza, la Ferrari numero 3 tagliò per prima la linea del traguardo, attorniata da una festante folla rossa, seguita dalla McLaren numero 1, sconfitta, e da Ralf Schumacher, che salì sul podio insieme al fratello come nel 1998. Quella vittoria però, non era una delle tante che Michael aveva e avrebbe vinto. Era la numero 41 della carriera, lo stesso numero di quelle di Ayrton Senna, il pilota con cui avrebbe dovuto instaurare quella che sarebbe dovuta essere una delle più belle rivalità di sempre, ma che la perfida curva del Tamburello aveva deciso di interrompere sul nascere. E allora, il sempre poco incline a scoprirsi Schumacher, quando in conferenza stampa si sentì porgere la domanda “Cosa significa per te questo successo?” fece solo in tempo a rispondere “Significa molto per me”, prima di sciogliersi come neve al sole in un pianto inaspettato, che fece subito intenerire Mika e Ralf, che cercarono di consolarlo e di attirare l’attenzione di telecamere e giornalisti su di sé. Ma oramai, era troppo tardi, e il freddo Michael aveva fatto scoprire un’altra parte di sé, forse la migliore.

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Alla fine di entrambe le stagioni, quei momenti di sfogo portarono bene ai due protagonisti. Se nel 1999 Hakkinen nel finale riuscì a resistere all’arrembante Ferrari, che però potè consolarsi con il titolo costruttori, l’anno dopo Schumacher riuscì a spezzare il digiuno che oramai durava dai tempi di Scheckter, conquistando il titolo in una gloriosa mattinata autunnale. Ma forse non è un caso. Forse, quelle lacrime, così spesso celate ad occhi indiscreti, sono riuscite a dare forza aggiuntiva al morale di questi due grandi campioni, che da quel momento sono diventati invincibili per tutta la concorrenza. Forse, quelle lacrime, che hanno reso fragili uomini che di mestiere si lanciano a trecento all’ora nei circuiti di tutto il mondo, hanno fatto capire che l’unico modo per non abbattersi è quello di non sbagliare più, cancellando così la possibilità che gesti del genere si ripetano. E proprio il fatto che non si siano più ripetuti, rende indelebili quelle fotografie di questi due immensi campioni che, entrambi in un soleggiato pomeriggio di fine estate italiana, hanno svelato il vero volto che si cela sotto il casco.





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Alfredo Cirelli

The author Alfredo Cirelli

Classe 1999, sono cresciuto con la F1 commentata da Mazzoni, da cui ho assorbito un'enorme mole di statistiche non propriamente utili, che prima che Fuori Traiettoria mi desse la possibilità di tramutarle in articoli servivano soltanto per infastidire i miei amici non propriamente interessati. Per FT mi occupo di fornirvi aneddoti curiosi e dati statistici sul mondo della F1, ma copro anche la Formula E e, occasionalmente, la Formula 2 e la Formula 3