Mai come nel corso di questa stagione abbiamo assistito a discutibili episodi di gestione piloti da parte di McLaren in nome delle “Papaya Rules”. Le regole che fanno del “volemose bene” il loro mantra spesso non hanno raggiunto lo scopo e, vista la classifica nel Mondiale Piloti, sembrano dover implodere definitivamente in Qatar e Abu Dhabi.

In casa McLaren la questione si è fatta più delicata del previsto. La doppia squalifica rimediata in un GP di Las Vegas che, con il risultato in pista, aveva spostato l’ago della bilancia pesantemente verso Norris, ha invece riportato verso la parità con Max Verstappen e la sua Red Bull.
42 erano i punti di vantaggio del leader del Mondiale sull’olandese prima della squalifica, diventati 24 dopo le verifiche della FIA sul plank della MCL-39. Un inciampo grosso come il Caesar Palace, in un momento così delicato della stagione e con un avversario che “gestibile” non lo è assolutamente.
Max Verstappen, che la Red Bull glielo consenta o meno, non può mai essere chiamato fuori dalla contesa. Lo ha dimostrato in diverse occasioni anche e soprattutto in questa stagione, con una prima metà nella quale – nonostante le difficoltà tecniche e organizzative in cui versava Red Bull – era riuscito a vincere il Gran Premio del Giappone e quello corso a Imola. La sua ferocia agonistica ha storicamente sempre messo in difficoltà i due della McLaren, con Norris obiettivo preferito e “maltrattato” in diverse occasioni. Esempio concreto e recente, la partenza del GP di Las Vegas: perfette sono state le parole di David Coulthard nel commentare quanto successo tra i due: “Norris ha provato a giocare al gioco di Verstappen, ma non ne conosce le regole“.

Le parole dello scozzese si riferivano alla manovra effettuata da Norris all’avvio della gara, che lo aveva portato a chiudere violentemente ogni spazio ma…anche a dimenticarsi di rallentare per effettuare la prima curva, impostando quindi la medesima traiettoria tenuta da Verstappen al via del GP del 2024 con la differenza che, quest’anno, al suo esterno non c’era nessuno da “portare largo” avendo attaccato per primo l’apice di curva come da Driving Standard Guidelines della FIA.
In un contesto del genere, dunque, con Verstappen così vicino al pilota McLaren leader del Mondiale e a pari punti con l’altro alfiere Papaya, le “regole interne di ingaggio” impostate e strenuamente difese dagli uomini di Woking verranno applicate anche negli ultimi due appuntamenti del Mondiale?
Premesso che si sta parlando dell’ignoto e che quanto di seguito rappresenta un mero ragionamento in considerazione di alcuni tra i più prevedibili potenziali scenari, le possibili direzioni sono fondamentalmente due. E nessuna di queste è semplice da perseguire o accettare. Continuare con le amate regole ma rischiando di perdere? Stracciare le regole proclamate in lungo e in largo per vincere senza rischi? Vediamo.
Perché McLaren dovrebbe onorare le Papaya Rules evitando giochi di squadra in Qatar
Impossibile non tenere conto di quella che in Formula 1 è nient’altro che una delle tante regole non scritte: finché due piloti facenti parte della stessa scuderia hanno una chance matematica per il titolo, la squadra tende a non intervenire. Guardando al recente passato, sebbene le dinamiche di sviluppo della classifica e della lotta al Titolo fossero diverse da quelle odierne, basti pensare alla gestione piloti messa in atto da Mercedes negli anni di dominio con Hamilton-Rosberg.
Liberi di correre, preferibilmente senza fiocinarsi tra loro (indicazione non sempre rispettata…), e Mondiale alla portata di entrambi. Vero, correvano senza avversari terzi, ma volendo fare un altro esempio prendendo a riferimento la Scuderia Ferrari nel 2002, possiamo vedere come il “correre da soli” non sia sempre garanzia di pari trattamento tra i due portacolori del team. Chiedere a Rubens Barrichello per conferma.
L’esempio temporalmente più vicino a noi (sebbene in quel caso i due piloti rincorressero in classifica) potrebbe essere quello del Mondiale 2010, quando il trattamento riservato ai due piloti Red Bull Racing Webber e Vettel, inseguitori di Fernando Alonso in un finale equilibratissimo e combattutissimo, fu paritario. Nessuno dei due fu dichiaratamente messo a fare da scudiero all’altro, lasciando determinare alla dinamica di gara l’opportunità di puntare su un cavallo specifico (vedasi Abu Dhabi, con Webber “sacrificato” visto Vettel velocissimo in testa) senza destare scandalo.
Ipotizziamo, volati in Qatar, di trovarci nella situazione in cui Oscar Piastri sia il pilota più veloce del team McLaren e si trovi davanti a Norris in qualifica, Sprint Race e/o in gara. Immaginiamoci che Lando sia alle sue spalle, senza averne di più, ma con l’estremo bisogno di quella posizione di partenza/quei pochi punti in più per chiudere la faccenda Mondiale. Le Papaya Rules parlerebbero chiaro: chi merita può restare davanti, la strategia è a vantaggio di chi comanda e le posizioni si giocano in pista con pulizia e senza ingaggiare pericolose lotte fratricide.
In un contesto del genere, alla fine di una stagione nella quale ha dimostrato di essere veloce, talentuoso e – seppur non di buon grado – anche uomo squadra, chiedere all’australiano (gestito a livello manageriale dallo stesso Mark Webber) di mettere da parte le proprie ambizioni per un Mondiale nel quale fino a prova contraria è ancora apertamente in lotta allo scopo di aiutare il compagno di squadra, potrebbe equivalere a minare la sua fiducia e il suo senso di appartenenza al team; il tutto potrebbe essere poi amplificato dalla considerazione per cui, trovandosi alla fine di un ciclo regolamentare e in procinto di effettuare un “salto nel vuoto” con il nuovo, un’occasione per lottare per un Titolo Mondiale potrebbe non ripresentarsi a breve se non mai più.
A giocare per il “Sì al trattamento paritario, viva le Papaya Rules” c’è anche un aspetto di coerenza interna al team: quando Piastri era in testa al campionato, McLaren non ha mai chiesto a Norris di sacrificare la propria corsa iridata proprio in onore delle suddette regole interne. Vedasi l’episodio pit-stop di Monza, vedasi la partenza di Singapore. Solo a seguito di quest’ultima era parso apparire una sorta di BoP (Balance Of Pagliacciate), con le famose “ripercussioni” interne assegnate a Lando Norris che hanno avuto la stessa valenza di una sculacciata e che sono durate meno di un criceto sulla A4 a Ferragosto.
McLaren, per coerenza, dovrebbe dunque garantire a Piastri di poter lottare liberamente e ad armi pari con Norris quantomeno anche in Qatar: ribaltare proprio ora il principio così tanto intrepidamente difeso nell’arco della stagione rischierebbe di creare tensioni difficili da gestire, lasciandosi magari scappare un talento cristallino come l’australiano o comunque affossandolo mentalmente.
Ribadiamo che, matematicamente parlando, Piastri è ancora pienamente in gioco per il Mondiale: sebbene le sue prestazioni nelle ultime sei gare non siano state brillanti, basterebbe una buona prestazione sotto i riflettori di Losail (dove storicamente è sempre andato forte) unita ad una brutta prestazione (o imprevisto) di Norris anche solo nella Sprint Race per rimetterlo in corsa a tutti gli effetti nel finale di Abu Dhabi.
Per questi motivi e data tale incertezza, imporre una gerarchia in McLaren a favore di Norris stracciando le Papaya Rules proprio ora, alla vigilia del Gran Premio del Qatar, potrebbe risultare prematuro.
Perché McLaren dovrebbe invece puntare forte su Norris stracciando le Papaya Rules già in Qatar
D’altra parte, Lando Norris si presenta come la miglior carta della McLaren per riportare a Woking un Titolo Piloti che manca dal 2008 (con Lewis Hamilton). Il suo rendimento complessivo negli ultimi mesi è stato più solido del compagno Piastri, e la perdita di punti pesanti – a Zandvoort e a Las Vegas – è avvenuta, rispettivamente, per sfortunate noie tecniche e per errori tecnici della squadra.
Dal ritiro patito in Olanda in avanti il britannico è infatti riuscito a risollevare le sue sorti portandosi a casa 107 punti contro i 57 di Oscar Piastri (quasi il doppio), ottenendo 5 podi (sarebbero stati 6 senza la squalifica in USA) nelle ultime 7 gare contro il singolo dell’australiano (arrivato 3° a Monza).
In uno scenario in cui Verstappen è arrivato pericolosamente vicino, già in Qatar il team McLaren potrebbe dover ragionare in modo pragmatico: se si presentasse l’occasione di blindare matematicamente il mondiale già a Losail, ignorarla sarebbe rischioso. Nessun margine, per quanto comodo, è mai davvero sicuro. Soprattutto quando il weekend offre l’opportunità di fare bene sia nella Sprint Race che nel Gran Premio, quando la tappa successiva è la meno favorevole Abu Dhabi e quando l’avversario esterno risponde al nome di Max Emilian Verstappen.
È vero che, come abbiamo menzionato nel capitolo precedente, McLaren non ha favorito Piastri in quando questo si trovava in testa al mondiale. Tuttavia, essere davanti di 34 punti a nove gare dalla fine non è la stessa cosa di avere un vantaggio di 24 lunghezze quando ne mancano solo due. E soprattutto, quando Piastri era davanti, Verstappen era una minaccia molto meno concreta di quanto lo sia adesso. Le due situazioni possono quindi essere comparabili solo fino ad un certo punto.
Quindi ipotizziamo di nuovo, volati in Qatar, di trovarci nella situazione in cui Oscar Piastri sia il pilota più veloce tra i due in arancio. Immaginiamoci che Lando sia alle sue spalle, senza averne di più, ma con l’estremo bisogno di quella posizione di partenza/quei pochi punti in più per chiudere la faccenda Mondiale. Le Papaya Rules parlerebbero chiaro: chi merita può restare davanti, la strategia è a vantaggio di chi comanda e le posizioni si giocano in pista con pulizia e senza ingaggiare pericolose lotte fratricide.
Che fare? Onorare le regole o stracciarle in nome della certezza di un risultato storico? Alcune situazioni di gara – strategie differenziate, gestione della sfida con Verstappen, fasi di difesa e copertura – potrebbero infatti richiedere anche solo un minimo coordinamento tra i due piloti.
Non si parla necessariamente di rallentare Piastri, ma di definire a monte delle priorità chiare nel caso in cui una scelta tattica possa nettamente favorire la conquista del Mondiale da parte di Lando Norris.
Norris che, data la sua posizione, gradirebbe di certo un possibile aiuto – qualora si trovi nella condizione di doverlo richiedere – che, se non fornito, potrebbe tranquillamente esser causa di pesante malcontento e insofferenza nei confronti di una squadra che gli ha dato tanto (tutto, finora). Gli equilibri futuri interni al team composto così come ad oggi cambierebbero, con Lando “a credito” di un Mondiale; e, come visto in passato anche in altre scuderie, nella maggior parte dei casi non è piacevole avere al proprio interno un pilota con il coltello dalla parte del manico. Ne risentirebbero le decisioni sullo sviluppo della vettura, le priorità sulle strategie in qualifica e in gara, e molti altri aspetti meno evidenti ma impattanti sulla gestione di un team.
L’occasione è troppo ghiotta, e ribaltare il concetto fin qui applicato in “No al trattamento paritario, cestiniamo le Papaya Rules” potrebbe risultare la mossa vincente per McLaren.
In conclusione…
A parere di chi scrive, l’aver ostinatamente difeso tale modalità di gestione piloti alla “volemose bene” lungo la stagione ha comportato ritrovarsi a questo punto – imprevisto per McLaren stessa – a dover sacrificare qualcosa, rinunciando ad uno o ad un altro principio.
In assenza di regole e confini definiti a prescindere, la difficile scelta da operare in questo momento non si sarebbe palesata. A Woking si sono davvero complicati la vita con dei colpi da maestro sotto il profilo organizzativo e comunicativo, colpi che hanno portato a questo vicolo cieco da cui uscire indenni è francamente impossibile.
Ma sarebbe davvero fattibile, per McLaren, sconfessare tutto ciò che lungo la stagione si era proclamato, perseguendo dunque la seconda direzione discussa in questo articolo?
Sì. Comunicativamente, con un’abile mossa circense che qui provo ad ipotizzare in estrema sintesi, la compagine britannica potrebbe rompere le Papaya Rules dichiarando, prima del GP del Qatar, qualcosa come: “[…] a causa di sviluppi imprevisti ed esulanti la volontà del team, di comune accordo con i piloti abbiamo deciso di dare il massimo supporto a Lando per riportare a Woking un Mondiale che manca dal 2008 […]”, lasciando intendere che qualora Piastri si trovasse in posizioni “scomode” per il compagno di squadra, verrebbe gentilmente invitato a lasciar perdere la propria causa.
Così facendo McLaren andrebbe ad abiurare davanti al mondo intero la sua fede nelle Papaya Rules, così solennemente professata e così facilmente abbandonata al primo segnale di oggettiva inefficacia.
Tuttavia, immaginando di vestire i panni di un “capoccia” di Woking, preferirei perseguire proprio questa soluzione, sebbene mi costi una pessima esposizione mediatica e il definitivo crollo di un modello di gestione piloti tutto da reimpostare, per cercare di raggiungere concretamente un risultato che – ad oggi – non so quanto possa essere ripetibile nel prossimo futuro.
Se, di contro, le Papaya Rules continuassero ad essere viste da McLaren come unica e sola fede non sconfessabile – e anche per queste si perdesse la vittoria del Titolo Mondiale Piloti – si vivrebbe in ogni caso una situazione di pessima esposizione mediatica e definitivo crollo del tanto caro modello di gestione piloti, aggravata però da un Albo d’Oro privo della propria firma, dalla perdita di ingenti introiti finanziari e da un prestigio globale inesorabilmente compromesso in nome dell'”amore e amicizia”.
E, da capoccia, mi sentirei nei guai se, oltre alla perdita economica, l’opinione del mondo intero riguardo al mio brand – che vende automobili supersportive di prima qualità in ogni angolo del pianeta – venisse intaccata da una decisione presa “in the name of love” e non “in the name of racing“.


