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Il problema che l’Italia non si era mai posta

Per la prima volta dopo più di quarant’anni, un pilota italiano è in lotta per il Mondiale di Formula 1, stavolta senza i colori di una squadra italiana. Un fatto mai successo, che ha portato buona parte della tifoseria ad interrogarsi se conti più il pilota o la macchina

6 Maggio 2026
6 min read
Antonelli

L’uragano Antonelli si è abbattuto sul Mondiale di Formula 1: dopo quattro gare il pilota bolognese si è ritrovato abbastanza inaspettatamente al comando della classifica grazie a tre vittorie e ad un secondo posto, e sembra poter essere un candidato probabile per la vittoria finale, sebbene manchino ancora molte gare alla fine del campionato.

Un avvenimento eccezionale per molti aspetti: per la giovane età di Antonelli, diciannove anni, che negli ultimi due GP vinti in Giappone e negli USA non ha potuto celebrare la vittoria con lo champagne sul podio non avendo ancora l’età legale per bere in questi due Paesi; per la poca esperienza dell’italiano, che è alla sua seconda stagione in Formula 1, un campionato in cui negli ultimi quarant’anni solo Lewis Hamilton e Jacques Villeneuve sono stati capaci di vincere il titolo al secondo anno. Ma soprattutto, perché era da tantissimo tempo che un pilota italiano fosse un così serio contendente al titolo iridato.

L’ultimo azzurro che aveva avuto reali chance di vincere il mondiale era stato Michele Alboreto, che nel 1985 chiuse secondo contendendo fino a due terzi di stagione lo scettro ad Alain Prost. Prima di lui, solo Nino Farina e Alberto Ascari erano riusciti a vincere dei campionati, rispettivamente nel 1950 e nel biennio 1952-1953. Altri ottimi piloti, come Elio De Angelis, Riccardo Patrese e Giancarlo Fisichella, pur avendo guidato delle vetture di prima fascia non avevano mai avuto reali chance di giocarsi il campionato, per gerarchie interne alle squadre, guasti meccanici o qualche errore di troppo.

Antonelli
Alberto Ascari, l’ultimo pilota italiano campione del mondo

Ciò che differenzia Antonelli da Farina, Ascari e Alboreto è che il bolognese non corre per una squadra italiana: l’Alfa Romeo per il primo, ma soprattutto la Ferrari per gli altri due. Una combinazione insolita, che ha generato qualche momento di straniamento all’interno dell’opinione pubblica nostrana, incerta su come e quanto supportare il nostro beniamino.

A seguito delle recenti vittorie, Antonelli è salito velocemente agli onori della cronaca, diventando in fretta abbastanza nazionalpopolare. Oltre che i successi, hanno contribuito anche altri fattori: ad esempio, tutte e tre le vittorie del pilota Mercedes sono coincise nelle stesse giornate in cui Jannik Sinner, l’atleta italiano più famoso del momento, ha vinto tre importanti tornei di tennis (i Master 1000 di Indian Wells, Miami e Madrid), con il tennista altoatesino, grande appassionato di F1, che non ha lesinato complimenti nei confronti del connazionale. Nello stesso periodo c’è stata anche la mancata qualificazione della Nazionale di calcio ai Mondiali di USA, Canada e Messico per la terza edizione di fila, mentre tutte le squadre di club sono uscite dalle coppe europee prima di arrivare alla fase calda della stagione. Infine, vanno ad aggiungersi il grande inizio di stagione di Marco Bezzecchi e di Niccolò Bulega, rispettivamente al comando della MotoGP e della Superbike, che ha permesso così ai media di creare una narrativa sugli sport in cui l’Italia va forte (a discapito di quello più seguito, il calcio) nata già dopo le recenti Olimpiadi invernali di Milano-Cortina.

Si è quindi creata una forte attenzione mediatica nei confronti di Antonelli, che è stato celebrato non solo dalle principali testate sportive o motoristiche italiane, ma anche in contesti più mainstream, rendendolo subito noto anche grazie alla sua aria da “bravo ragazzo”, che certamente ha aiutato a renderlo simpatico a chi di F1 conosce giusto tre o quattro nomi. Le lacrime dopo la prima vittoria in Cina, gli abbracci con i genitori e la sorella minore presenti alle gare, i momenti di cazzeggio nel box Mercedes, e persino il fatto che tutti gli altri piloti si siano complimentati con lui dopo le gare vinte hanno dato l’immagine di un ragazzo spensierato, molto italiano nel suo modo di vivere la sua giovane età in un contesto così competitivo come la F1. Non tutti sono però rimasti stregati dal giovane pilota Mercedes; anzi, per molti sembra inconcepibile l’idea di poter tifare un pilota che, per quanto italiano, corra comunque su un’auto che non è la Ferrari. Se per alcuni Antonelli è il male minore (“Se proprio non la Ferrari, che sia almeno lui”), per altri resta ancora un nemico, perché “In Italia si tifa solo la Ferrari”. Sorge quindi una domanda, fermo restando che ognuno può supportare chi vuole: ma è davvero così?

La risposta semplice è “No”: per quanto certamente in Italia il sentimento popolare spinga verso il Cavallino Rampante, non è mai stato codificato che nelle corse automobilistiche si tifassero solo le squadre invece dei piloti. Il nostro è un caso a parte sia perché il marchio Ferrari rappresenta una sorta di orgoglio nazionale (con tutte le sofferenze che causa sul piano sportivo), ma anche e soprattutto perché i nostri top driver in F1 storicamente sulle dita di una mano. Come detto, l’unico che abbiamo avuto modo di vedere su una TV a colori è stato Alboreto, che però correva già con la Ferrari. Gli altri per varie ragioni non lo sono mai stati, mentre di contro il Cavallino Rampante, pur con alti e bassi, è sempre stato costantemente in lotta per vittorie e campionati. E pertanto, abbiamo puntato sul nostro cavallo (rampante) vincente, “naturalizzando” i vari Berger, Alesi, Schumacher, Raikkonen, Alonso, Vettel e infine Leclerc.

Ma non è così all’estero. Lasciando stare il Regno Unito che di piloti ad altissimo livello ne ha avuto una caterva (e comunque difficilmente un inglese dirà di preferire che l’australiano Piastri batta l’inglese Hamilton solo perché corre su auto britannica), basti vedere cos’è successo con piloti capaci di rendere popolare la F1 nel proprio Paese: è stato il caso della Germania, che dal dopoguerra non aveva mai avuto un pilota competitivo prima di Michael Schumacher, a cui poi sono seguiti i vari Ralf Schumacher, Heinz Harald Frentzen, Nico Rosberg e Sebastian Vettel; della Spagna, con l’esplosione di Fernando Alonso, finora unico spagnolo ad aver vinto due campionati del mondo e vera icona nazionale; e infine con i Paesi Bassi, che grazie a Max Verstappen è anche tornata ad ospitare un GP dopo 36 anni nel 2021. E nel caso di Schumacher l’esempio è ancora più calzante, poiché a fine anni 90/inizio anni 2000 il tedesco battagliava con la McLaren-Mercedes, vero e proprio team semiufficiale della Stella a Tre Punte prima del ritorno in F1 nel 2010.

Ma l’esempio ce l’abbiamo anche in casa, dimezzando il numero di ruote: quando nel 2007-2008 Valentino Rossi lottava su moto giapponesi contro il ducatista Casey Stoner per il mondiale, certamente in pochi qui preferivano l’australiano. A tutti sembrava naturale tifare per il pilota italiano più vincente del periodo, a discapito di una Ducati che nei primi anni nella classe regina era stata poco più che comprimaria. E allo stesso modo, quando lo scorso anno lo spagnolo Marc Marquez ha dominato la MotoGP su Ducati non ha certo avuto i favori della gran parte del pubblico italiano (anche se lì ci sono altri motivi che è meglio non rivangare).

Valentino Rossi e Casey Stoner nel 2008. In quella stagione si sfidarono un pilota italiano e una moto italiana

E comunque, non è tutto in bianco e nero, non esistono solo eroi e antagonisti nello sport, non necessariamente va messo tutto in contrapposizione: il fatto di supportare Ferrari non esclude la possibilità di volere che un nostro connazionale salga sul tetto del suo sport, o se non lui chiunque altro che possa apparire simpatico tra coloro che si alternano in lotta per il mondiale. Nel caso di Antonelli, c’è anche il legame sportivo di molti che, seguendo il motorsport oltre la F1, negli ultimi anni hanno visto la sua scalata nelle formule minori, si sono affezionati a questo ragazzo, tanto pacato e gentile fuori dalla macchina, quanto spietato e freddo in pista. Ma è anche il caso di Verstappen, che da avversario negli ultimi due anni si è guadagnato più di un attestato di stima in giro per il mondo, grazie a due stagioni in cui ha stabilito il suo essere il migliore della categoria.

Alla fine dei conti, forse vale la frase pronunciata, ironicamente, proprio da Enzo Ferrari: “In Italia ti perdonano tutto, tranne il successo”. E per fortuna di Antonelli, le cose di cui farsi perdonare iniziano a diventare sempre di più, al pari di Sinner a cui molti non perdonano il suo essere “austriaco” per la sua provenienza dall’Alto Adige. Tifate chi volete, insomma: ma non sindacate su cosa andrebbe fatto sulla base del vostro modo strettamente personale di vedere il motorsport.

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Alfredo Cirelli

Classe 1999, scrivo su Fuori Traiettoria dal 2019 e non ho ancora imparato se si scrive tutto attaccato o meno. Su questo sito ho trattato di tutto, dalla F1 alla Formula 4 cinese, ma mi occupo principalmente di formule minori, Formula E e GT. Sono accreditato FIA e SRO, e considero la mia domenica ideale andare in pista o guardare le corse in televisione

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