“Astronave Bezzecchi”, “Alieno Marc”, “Martinator”: quante volte il lessico della MotoGP ha preso in prestito la fantascienza per raccontare le imprese apparentemente sovraumane dei suoi centauri?
Eppure, dietro questa trasposizione moderna degli eroi di cui l’epica antica decantava le gesta, il GP di Catalogna ci ha ricordato ciò che spesso il mito tende a nascondere: dietro caschi dal design futuristico e soprannomi altisonanti, restano uomini. Fatti di carne e ossa. Di paura e rabbia. A volte fragili, altre istintivi. Umani, troppo umani.
Come dopo ogni weekend di gara, si dovrebbe parlare di risultati, analizzare le dinamiche di gara, ascoltare la disamina sul mondiale in corso e ricavarne nuovi temi di discussione. Ma al termine di un fine settimana come quello di Barcellona tutto questo appare ostico. Forzato. Insomma, difficile.

Certo, si potrebbe parlare di una Ducati che rialza la testa. Prima grazie alla vittoria di Alex Marquez nella Sprint, poi monopolizzando il podio domenicale con Fabio Di Giannantonio, Fermin Aldeguer e Pecco Bagnaia, promosso terzo nel post-gara in seguito ai 16 secondi di penalità inflitti a Joan Mir su Honda per la pressione irregolare delle gomme.


Ci si potrebbe interrogare anche su un’Aprilia, che per la prima volta nel 2026, sembra vedere incrinarsi la propria egemonia, e su una Ducati tornata improvvisamente in corsa nel mondiale Costruttori, accorciando il distacco dalla casa di Noale a soli 16 punti.
Oppure, discutere della brusca interruzione dell’incantesimo Bezzecchi – Aprilia, con il riminese arrancante sin dalle prime sessioni del weekend, in netto contrasto con un Pedro Acosta ritrovato al suo picco di competitività in KTM e apparso, dopo la pole position, pronto a conquistare il primo successo della sua carriera in top class.

Tuttavia, ciò che resta della rocambolesca domenica del GP di Catalogna sono soprattutto due freddi e lapidari bollettini medici: per Alex Marquez, frattura alla clavicola destra e frattura marginale alla 7° vertebra cervicale, mentre per Johann Zarco diagnosi di rottura dei legamenti del ginocchio e piccola frattura al perone.
I messaggi arrivati dai letti d’ospedale dei due piloti hanno almeno restituito un parziale sospiro di sollievo, dopo le immagini agghiaccianti dei due incidenti che hanno portato a una duplice bandiera rossa sul circuito di Montmelò. Ma domenica 17 maggio rimarrà una di quelle giornate in cui ogni appassionato si è ritrovato, di colpo, faccia a faccia con una domanda scomoda: “Perché proprio il Motociclismo? Perché innamorarsi di uno sport che contempla in sé la morte?”
Forse per inseguire quello spirito che vive dentro ad un motore, capace di travolgerci di estasi a ogni spegnimento del semaforo. O per ritrovare il talento irrazionale del pilota, che riesce ancora a emergere tra le maree di dati e tecnologia che tentano di soffocarne la meraviglia. Magari, ancora, per credere che il confine dell’impossibile possa sempre essere spostato alla staccata successiva, grazie a quella lucida follia che consente di vedere oltre il limite.

Ci sono, infatti, momenti come questo in cui, per continuare ad amare il motociclismo, bisogna rifugiarsi nella sua poesia. Per scelta, ma soprattutto per necessità.
D’altronde, non possiamo sapere cosa passi nella testa di un pilota quando viene improvvisamente catapultato da un mondo di curve pennellate al millimetro a una dimensione dominata dall’incertezza, dove le immagini del cielo si confondono con quelle della terra, alternandosi vorticosamente, fino a restituire un impatto sempre più violento di quanto qualsiasi video o immagine riescano davvero a rivelare. Ma, è proprio in queste occasioni che tornano alla mente le parole del dottorcosta, storico fondatore della Clinica Mobile, che ricordava come un pilota ferito voglia una cosa sola: tornare a correre. Anche alla terza ripartenza. Anche con la zavorra delle paure per le condizioni dei compagni. E con le immagini dell’accaduto ancora impresse a caldo nella mente.
Anche quando sarebbe la coscienza stessa a suggerire di fermarsi.
Se dovessimo, quindi, scegliere un’immagine simbolo del GP di Catalogna, sarebbe sicuramente quella di Fabio Di Giannantonio sul podio: la tuta graffiata, consumata dall’asfalto, quasi a lasciar trasparire le cicatrici nel corpo e nell’anima dei piloti. E poi quel guanto sulla mano sinistra, a protezione della contusione rimediata nel terrificante primo incidente in cui ruota e forcella della Gresini di Alex Marquez hanno impattato violentemente contro la Ducati del pilota romano. Un dettaglio concreto e insieme emblematico. Come se quel guanto continuasse a custodire il segreto più indecifrabile del motociclismo: la natura stessa di questi uomini, capaci di convivere con il dolore e, nonostante tutto, continuare a fare imprese dell’altro mondo.

La chiave, forse, sta proprio nel primo insegnamento tatuato nell’animo di ogni pilota: staccare e ripartire. Tra le curve dei tracciati, come nelle sfide della vita.

