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These boots are made for ridin’

GP delle Americhe 2026: Bezzecchi e Pini portano l’Italia sul podio a Austin, tra sorpassi mozzafiato, adrenalina e un weekend da ricordare

3 Aprile 2026
4 min read
Bezzecchi

Domenica 29 marzo l’Italia avrà anche dormito un’ora in meno, ma ha sognato di più.

Un filo tricolore attraversa il mondo: nasce tra i ciliegi in fiore del Sol Levante, tingendosi di verde con il talento giovane e tenace di Andrea Kimi Antonelli, già due volte vincitore in F1 e in testa al campionato. Scivola poi verso ovest, diventando bianco come il foglio su cui Nicolò Bulega sta riscrivendo la sua storia in SBK. Infine si accende al tramonto, tra il rosso del cielo e il blu sopra Austin, dove Guido Pini conquista la prima vittoria italiana in Moto3 dopo 1274 giorni e Marco Bezzecchi concede il bis, riportando l’Inno di Mameli sul podio. L’ultimo precedente di una doppietta italiana tra Formula 1 e MotoGP risaliva al 6 aprile 2003 con Fisichella a Interlagos e Rossi a Suzuka. 23 anni dopo cambiano i meridiani, ma non la rotta dei sogni.

Bezzecchi – Il saloon incontra la riviera

Il viaggio onirico fa tappa in Texas, nella terra dei saloon, dove il riminese Bezzecchi riporta in auge l’universo delle ‘sale da ballo’ romagnole, scatenandosi tra le curve di Austin ad un ritmo tutto suo. Il contatto iniziale con lo spagnolo della KTM, Pedro Acosta, gli fa perdere le ali del codone posteriore, ma non gli impedisce di involarsi verso un mondo inaccessibile agli inseguitori, dal quale atterra per firmare lo storico primato di 121 giri consecutivi in testa, portando così a 5 le vittorie di fila.

Bastianini – “Vediamo se mi ricordo ancora come si fa”

Quello visto in pista ad Austin è un Enea che “come si fa” se lo ricorda eccome, parafrasando la celebre battuta di Michael Jordan nel film Space Jam. Come Jordan, anche Bastianini porta il #23 sul cupolino e, come il campione del basket, si diverte in pista… e fa divertire chi lo guarda. Podio il sabato e domenica una sfida con le due Ducati che ridefinisce il lessico motoristico. Il Bestia non trova un varco, lo inventa, trasformando ogni attacco in controtempo nella sua dimensione ideale. Alla fine, la bandiera a scacchi sorriderà a Marc Marquez, 5° al traguardo, ma tra le stelle della bandiera statunitense, chi è tornato davvero a brillare è stato Enea.

Bastianini Gp Americhe
© Rob Gray (Polarity Photo)

Dal canto suo, Marc Marquez non può certo ritenersi soddisfatto di un quinto posto. Al COTA, pista che fino a oggi aveva conosciuto solo in termini binari — o vinceva nettamente, o cadeva — il campione spagnolo si è trovato a fare i conti con limiti ed errori. I primi legati anche alla sua forma fisica, non ancora al 100% dopo l’infortunio alla spalla destra dello scorso anno. I secondi causati, invece, da un ottimismo che, nell’attacco su Di Giannantonio durante la Sprint, finisce per spegnere sul più bello l’American Dream del pilota romano, che aveva dominato le qualifiche conquistando la seconda pole position consecutiva.

Marc Marquez GP Americhe
© Michelin

Bagnaia e Martin – il Rodeo della rivalsa

Una passeggiata solitaria lunga nove giri, impeccabile. Il lusso di annoiare nella perfezione, fino a sparire dalle inquadrature televisive. Qualche anno fa, per la fuga di Bagnaia, non sarebbe servita alcuna retorica: normale amministrazione per un tre volte campione del mondo.

Ma in un paio di stagioni la storia è cambiata. Il talento di Chivasso è finito lontano dalle telecamere più per prestazioni altalenanti che per meriti in pista. Nella Sprint del GP delle Americhe, però, la scena sembrava ribaltata e, per Bagnaia, non essere inquadrato era tornato a essere un vanto. Poi l’ultimo giro. Una manciata di chilometri in cui Pecco nulla ha potuto per fermare la rimonta di Jorge Martin che, approfittando del cedimento della gomma soft sulla Ducati, ha affondato nel finale il sorpasso decisivo.

Bagnaia Martin GP delle Americhe
© Michelin

Il sabato dell’#89 non farà statistica, ma ciò che certamente resterà è la rocambolesca impennata della sua Aprilia. Un episodio che, per i più nostalgici, riporta dritto al 1998, quando Max Biaggi rischiò la stessa sorte sul rettilineo finale di Brno, salvandosi per un soffio e consegnando alla storia una delle immagini più iconiche del motociclismo.  

MotoGP – Ride it like you stole it

Il weekend statunitense ci consegna l’immagine di una MotoGP più viva che mai. Nessuna trovata di marketing, né artificioso cambio di regolamento (per ora). Qui, a dare linfa al motomondiale, sono ancora i piloti, capaci di trasformare scontri in abbracci senza il bisogno di arbitri o sceneggiature. La pista resta così l’unico vero palcoscenico, dove i dibattiti si fanno a suon di traversi e staccate, con una sola regola: calare il sipario sempre prima della curva successiva.

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Vittoria Galassi

Classe ’01, orgogliosamente imolese. Il motociclismo è entrato nella mia vita da una domanda rimasta in sospeso: «Babbo, ma Simoncelli diventerà mai forte come Rossi?». Da lì, la mia penna ha iniziato a scorrere sul foglio come una traiettoria in piega, senza più smettere di inseguire pensieri e velocità. Oggi scrivo di MotoGP, ma all’occorrenza faccio il Marshal e, a breve, anche il medico.

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