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4 RuoteFormula 1Su pista

Brava Liberty Media, con Thomas hai fatto la mossa giusta. Per la sua felicità e per il bene della F1





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Mi ci sono rivisto, in Thomas. Dovevo infatti avere più o meno la sua età quando, una domenica pomeriggio, mio padre per la prima volta mi ha piazzato davanti ad una TV durante un GP di Formula 1. All’epoca non immaginavo neppure cosa fosse l’aerodinamica, non sapevo come funzionasse un motore, non avevo nemmeno idea di chi fossero i piloti o le squadre più forti. Eppure, per motivi ancora tutti da scoprire, mi innamorai all’istante di quelle auto così basse, così veloci, così rumorose, così diverse da tutte le altre che vedevo tutti i giorni in strada.

Mi ci sono rivisto, in Thomas. In quel pianto disperato, in quell’ingenuo sentirsi così emotivamente vicini ad un pilota tifato al punto da scoppiare in lacrime una volta che è finito fuori pista. Era il 1999, all’epoca avevo 6 anni. Qualcosa in più, ad occhio e croce, di quel piccoletto che ieri, vestito di tutto punto con i colori Ferrari e con la testa avvolta da cuffie quasi più grandi di lui, era sulle tribune del Montmelò. Era una domenica di settembre. La seconda domenica di settembre, a voler essere precisi. Quella del GP di Monza, a voler essere proprio puntigliosi. Io, a differenza di Thomas, la gara la stavo guardando appiccicato alla TV. Ma di sicuro dovevo avere gli stessi occhi sognanti, la stessa trepidazione, lo stesso spontaneo ed infantile affetto per una persona che avevo sempre visto solamente in televisione ma che, per il solo fatto di guidare una di quelle auto, era per me qualcosa di molto simile ad un eroe. E toh, anche nel mio caso si trattava di un pilota finlandese. Solo che, a differenza di Thomas, all’epoca i miei cappellini e le mie magliette avevano stampato sopra un altro simbolo, quel baffo rosso che da Woking tanti trofei aveva sottratto al Cavallino Rampante di Maranello. Sì, tifavo McLaren. E sì, tifavo Mika Hakkinen quel 12 settembre del 1999.

Schumacher, dopo l’incidente di Silverstone, aveva alzato bandiera bianca per quell’anno. La lotta per l’iride, a quel punto, era questione tra il mio beniamino ed Eddie Irvine, un pilota vissuto fino a quel momento all’ombra del Kaiser che forse mai si sarebbe aspettato di potersi giocare un risultato così importante in carriera. Alle 14:00 la gara prende il via, e le cose sembrano mettersi subito per il meglio: Hakkinen prende la testa della corsa, e la sua McLaren-Mercedes accumula facilmente vantaggio sui diretti inseguitori. Poi, nel corso del 30° giro, succede l’imponderabile: la MP4-14 del finlandese, all’allora prima chicane, si scompone in maniera inaspettata, diventa ingovernabile e termina la propria corsa contro le barriere. Hakkinen esce dall’auto, lancia volante e guanti e poi, nell’apparente privacy di uno dei boschetti che costeggiano l’Autodromo Nazionale di Monza – ricordo ancora l’inquadratura dall’elicottero – scoppia in lacrime. Di certo non poteva sapere che a circa 700 km di distanza un suo giovane tifoso, come Thomas ieri dopo il ritiro di Raikkonen, si stava disperando con un pianto dirotto per quel ritiro così assurdo, così insensato, così improvviso.

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E forse è proprio perché mi sono rivisto in Thomas che ieri ho apprezzato enormemente il gesto di Liberty Media, che in fretta e furia ha preso un pass per il finora blindatissimo Paddock, lo ha approntato per il piccoletto e per i suoi genitori, e lo ha portato dentro quel mondo fantastico che è la F1. Da quel GP di Monza del 1999 erano passati 16 anni quando, munito di pass della Force India, nel 2015 anche io mi sono addentrato nel Paddock del Circus, quindi ho più che una semplice idea dell’ambiente che c’era fino all’inizio di questo 2017. All’epoca scrissi che quel che avevo visto tra i camion dei team ed i loro Motorhome non faceva esattamente ben sperare per il futuro della F1. Venivamo dalla seconda stagione consecutiva di dominio Mercedes, ma soprattutto da un periodo di piattume pressoché totale dal punto di vista del rapporto Circus – Tifosi. L’età media del Paddock era altissima, i costi di accesso esorbitanti: si aveva l’impressione di essere entrati in una cerchia ristretta riservata a pochissimi eletti, autorizzati da chissà quale entità superiore a vivere in un mondo blindatissimo ed inaccessibile. Era un Paddock freddo, impersonale, la dimostrazione evidente del baratro incolmabile che c’era tra i protagonisti di questo sport magnifico e chi invece è “solamente” un appassionato. Quando poi nel 2016 sono finito con Honda nel Paddock della MotoGP a Misano, il confronto è stato ancora più stridente. Ho perso il conto del numero di ragazzi che erano tra i Motorhome, a respirare davvero l’aria del loro sport preferito, solamente grazie ai Fan Club dei rispettivi piloti tifati. Qualcosa che per la F1 degli ultimi anni era semplicemente impensabile. 

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Al di là della retorica generata dalla tenerezza delle lacrime del bimbo, quello che Liberty Media ha fatto ieri è quindi di un’importanza fondamentale per il futuro di questo sport. Con un gesto che non è costato praticamente nulla – se non qualche secondo a Kimi Raikkonen per la consegna del cappellino e per la foto ricordo, dove Iceman addirittura sfoggia un timido sorriso -, la nuova proprietà della F1 ha dimostrato che il Circus può davvero tornare ad essere vissuto concretamente dagli appassionati. Liberty Media (o chi per loro) ha messo in mostra un lato umano della Formula 1 che non si vedeva da tantissimo, ha saputo riallacciare i tifosi a questo sport dimostrando di capire quanto si soffra – sportivamente parlando – per una gara finita male anche tra le tribune. Si sta forse finalmente iniziando a capire che i tifosi non sono solamente dei numeri di serie ai quali consegnare un salatissimo biglietto, ma l’anima di questo sport. Come sarebbe fredda Monza senza l’invasione di pista sotto al podio? Quanto era avvilente, per quello che rappresenta la F1, il vedere le tribune deserte in India e Corea del Sud? La risposta ve la sarete sicuramente data già da soli. E, a quanto pare, anche la nuova proprietà americana qualche domanda di questo tipo deve essersela fatta, rispondendosi esattamente come voi. 

Quindi, Liberty Media, complimenti ancora. E che questo possa essere solo l’inizio di un processo che riporti i tifosi ad amare questo sport. Perché la F1 è bella da vedere, ma è ancora più bella da vivere. 





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Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Innamorato dal 1993 di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", sono Channel Coordinator e Motorsport Chief Editor di Red Bull Italia, voce nel podcast "Terruzzi racconta" e Digital Manager di VT8 Agency. Sono accreditato FIA per F1, WRC, WEC e Formula E, ho lavorato con l'Autodromo Nazionale Monza, team del Porsche Carrera Cup Italia e del Lamborghini SuperTrofeo e ho collaborato in dei weekend di gara con Honda HRC e con il Sahara Force India F1 Team. Ho fondato Fuori Traiettoria mentre ero impegnato a laurearmi in giurisprudenza e su Instagram sono @natalishow