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Più che un Mondiale: a Jeddah la F1 si gioca una vita di credibilità





Dopo una settimana di pausa, i motori della Formula 1 torneranno a rombare nel corso di questo weekend: per la seconda volta consecutiva ad essere protagonista sarà una pista completamente nuova, all’interno di una nazione mai scelta per disputare un GP: dopo il Qatar è infatti giunto il turno dell’Arabia Saudita, che si presenta con un complicatissimo circuito ultimato appena in tempo per lo svolgimento della corsa.

Più che un Mondiale: a Jeddah la F1 si gioca una vita di credibilità
Ad essere onesti, probabilmente “ultimato” non è il più adatto tra i termini che si potevano scegliere: il velocissimo catino di Jeddah, a giudicare dalle prime immagini e dalle impressioni dei piloti, dà più l’impressione di un cantiere a cielo aperto che di un moderno Autodromo che si appresta ad ospitare il più prestigioso tra i campionati motoristici: l’intero complesso è irrorato da un sapore di “non finito” che farebbe ben figurare, al confronto, i più gustosi tra gli ecomostri nostrani.

A destare la maggior preoccupazione è l’asfalto, la cui stesura è stata ultimata recentissimamente, e sul quale fino alla giornata di ieri sono state effettuate operazioni di pulizia per via di un ingente strato di sabbia presente sulla superficie. Lo stesso problema sarebbe presente anche in Bahrain, se la pittura delle vie di fuga non fosse studiata apposta per trattenere i granelli riducendo di molto questo effetto nocivo: a Jeddah non è stata invece attuata una soluzione simile, ed il rischio che la pista vada sporcandosi in caso di folate durante il GP è tutt’altro che remoto.

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Come se ciò non bastasse, vi chiedo di scavare nella memoria fino a giungere ad un momento in cui quasi ogni automobilista è incappato almeno una volta: quello in cui, dopo settimane di imprecazioni a causa del senso unico alternato, viene dato il via libera alla circolazione sulla nuova distesa di asfalto appena ultimato. Se, come il sottoscritto, siete passati sul nerissimo catrame solidificato da poco con un’andatura un po’ troppo brillante, potreste ricordare con spavento il momento della prima curva affrontata dopo il passaggio sulla nuova superficie, in cui le gomme sembrano non voler svoltare senza un apparente motivo.

La ragione è da ricercare negli olii che per diverso tempo vengono spurgati dall’asfalto in assestamento, andando a sporcare notevolmente le gomme e compromettendo la tenuta di strada. Un fenomeno del genere è stato messo in preventivo tanto da diverse squadre quanto da Pirelli in vista della corsa di questo weekend, e potrebbe essere un fattore cruciale nell’economia della gara.

La superficie non è inoltre l’unico elemento del tracciato arabo che causa qualche grattacapo: anche il layout di Baku, originariamente criticato per la sua scarsa sicurezza, rabbrividisce rispetto al percorso scelto per quello che si appresta ad essere il circuito cittadino più veloce al mondo.

Mentre il circuito azero è molto stretto in alcuni punti (molto lenti) ed ha le dimensioni di una gigantesca autostrada nei tratti più veloci, a Jeddah la mente di Tilke ha ideato un catino costantemente costretto tra due muretti vicinissimi, pieno zeppo di curve follemente veloci che non aspettano altro se non cogliere in fallo il primo, sventurato pilota di F1 o F2 che incapperà in un errore o in un cedimento meccanico.

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Si tratta dell’inversione di un trend durato decenni e che rischia di avere conseguenze drammatiche: per la prima volta da tempo immemore, e nonostante la preoccupazione di alcuni piloti, il Circus accetta di correre tra curve ad altissima velocità tra due barriere attaccate ai limiti della pista. E, se le vetture di nuove generazione sono in grado di garantire una sicurezza pressoché totale in quasi qualsiasi caso, il caso di Spa 2019 ci ricorda che il più grande pericolo nelle corse automobilistiche moderne è la “carambola”, situazione in cui una struttura di sicurezza già danneggiata da un precedente impatto viene colpita da un mezzo a tutta velocità.

Il motivo per cui la Formula 1 abbia scelto una pista che ha tutte la possibilità di mettere a nudo proprio questa criticità appena citata è inspiegabile e rischia di essere un enorme passo falso di un’organizzazione che ragiona senza darsi regole, e alla quale la sospensione dell’incredulità, dovuta ai frequentissimi micidiali incidenti senza conseguenze visti in anni recenti, sembra aver donato un pericoloso delirio di onnipotenza.

Non ci dilungheremo, infine, sui motivi umanitari per cui è stata criticata la scelta dell’Arabia Saudita come sede di gara: in primis perché l’argomento è stato trattato in maniera molto approfondita da gente che ne sa più di noi, in secundis perché il Circus non si è mai fatto particolari problemi ad organizzare eventi in Paesi con forti problematiche in termini di diritti umani (fa impressione, per citarne uno, il caso di Najah Yusuf, la ragazza che ha speso 3 anni nelle prigioni del Bahrain per aver criticato il Gran Premio sui Social Media).

Sta di fatto che, proprio nella stagione in cui il duello al vertice ha riportato l’attenzione sullo sport a livelli stellari, Liberty Media si ritrova ad ultimare una mossa che sarà suicida nel peggiore dei casi ed autolesionista nel migliore. Nella vivissima speranza che la rivalità Hamilton-Verstappen non debba essere decisa da qualche fattore esterno che potrebbe sopraggiungere nell’arco di questo strano weekend.





Tags : f1GP dell'Arabia Saudita
Michele Nicolini

The author Michele Nicolini

Nasco in Liguria durante il GP di Spa 1998 e, come era prevedibile, dimostro fin da subito una grande passione per qualsiasi cosa abbia delle ruote e un motore indipendentemente dalla categoria. Su Fuori Traiettoria mi occupo del mondo rallistico ma non solo, occasionalmente trattando altri ambiti.