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4 RuoteFormula 1Su pista

Chi pensa che Vettel abbia volontariamente causato la VSC dovrebbe smettere di seguire la F1





E’ stato da poco tagliato il traguardo del 28° dei 53 giri previsti nel GP di Russia quando la regia internazionale mostra le immagini di una SF90 claudicante. Basta una rapida occhiata per riconoscere il #5 sulla carena e per capire dunque che, a bordo di quella Ferrari che all’improvviso ha iniziato a procedere lentamente, c’è Sebastian Vettel.

© Scuderia Ferrari Press Office
© Scuderia Ferrari Press Office

Il tedesco, da poco rientrato in pista a seguito della sua sosta ed autore di una splendida prima parte di gara, in quel momento si trova alle spalle di un Charles Leclerc che aveva sfruttato l’undercut per rimettergli le ruote davanti. Entrambe le Ferrari sono alle spalle delle due Mercedes, che essendo partite con le più dure Medium stanno allungando di qualche giro il proprio primo stint e che, non avendo in quel momento a disposizione un margine di 25″ sulle due Ferrari, sono consapevoli di dover cedere nuovamente le posizioni a Leclerc e Vettel una volta effettuata la sosta.

Succede tutto in pochi secondi. Vettel, invitato dai box a fermarsi immediatamente a causa di quelli che Binotto descriverà come problemi al comparto ibrido della PU Ferrari, parcheggia la propria monoposto in una via di fuga, vicino ad un’apertura tra le barriere, in modo tale da agevolare la rimozione dell’auto da parte dei commissari. La Direzione Gara decide però che, vista la breve distanza tra la pista e la SF90 #5, non basta una bandiera gialla per permettere agli stewards di spostare in sicurezza la monoposto del tedesco: si chiama in causa la VSC. E’ l’occasione che Lewis Hamilton e la Mercedes attendono con ansia. L’inglese, consapevole di perdere il 40% del tempo in meno rispetto ad una sosta effettuata in condizioni normali di gara, si lancia come un falco nella corsia box per fare il proprio pit stop. A quel punto, un Leclerc “neutralizzato” dalla VSC non può nulla contro la strategia Mercedes: il #44, che avrebbe dovuto finirgli ben dietro dopo la sosta, grazie alla Virtual Safety Car chiamata in causa per via del guasto occorso alla Ferrari #5 riesce a tornargli in pista davanti, conservando per di più diversi secondi di vantaggio.

E’ da quel momento che, praticamente in ogni dove sul web, ha iniziato a serpeggiare un pensiero, un’affermazione, una teoria delirante: quella secondo cui Sebastian Vettel avrebbe volontariamente causato la Virtual Safety Car – parcheggiando la propria SF90 in un posto non del tutto sicuro – per far scontare alla Scuderia Ferrari il fatto di essere uscito alle spalle di Leclerc a seguito del pit stop. 

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Se tu che stai leggendo questo articolo sei consapevole di essere tra i convinti assertori di questa fandonia di spaventose proporzioni, sappi che quanto scritto nel titolo è rivolto proprio a te. 

Ricapitoliamo infatti assieme quanto accaduto, soffermandoci solamente sui punti salienti della vicenda.

Innanzitutto, è il muretto Ferrari stesso ad intimare l’alt a Sebastian Vettel, con lo stesso Binotto a parlare di “motivi di sicurezza” (confermati anche dal salto con cui il #5 scende dall’auto per evitare di fare da ponte). Non è una decisione autonoma del tedesco, né a livello di tempistiche né tantomeno a livello di posizione sulla pista. Gli uomini di Maranello, in possesso di dati a noi sconosciuti, hanno riscontrato che ci fosse un’anomalia piuttosto grave sulla SF90 #5, decidendo così di farla fermare nel bel mezzo del circuito piuttosto che farla più comodamente rientrare in garage. Nel momento in cui Vettel si sente quindi dire “Stop the car” lui, effettivamente, stops the car. Non ha scelte, non ha alternative. Può fare solo quello, punto e basta. O credete davvero che avesse così tanta voglia di rinunciare ad inseguire Leclerc per riprendersi in pista una posizione che aveva dimostrato di poter meritare? Siamo seri, suvvia.

In secondo luogo, Sebastian Vettel si comporta nella maniera più corretta possibile. Sceglie la prima via di fuga piuttosto ampia a sua disposizione, accosta verso l’esterno della pista, si dirige verso l’unica apertura visibile tra le barriere e – addirittura – orienta la macchina in modo tale che i commissari debbano solamente spingerla dritta in retromarcia per farla uscire dalla pista. Di più, in quel punto del tracciato, il #5 non avrebbe potuto in alcun modo fare: non avrebbe potuto oltrepassare direttamente le barriere, non avrebbe potuto proseguire alla ricerca di un fantomatico posto migliore per via del poco più sopra citato “Stop the car” che ammetteva ben poche repliche, non avrebbe potuto fare niente di niente. Su quali basi dunque criticare l’operato del #5?

© Scuderia Ferrari Press Office
© Scuderia Ferrari Press Office

In terzo ed ultimo luogo. Ma davvero credete che un pilota come Vettel, uno dei più “aziendalisti” che la storia moderna della F1 ricordi, uno che si commuove sul podio – alla 5^ stagione di permanenza nella stessa scuderia – portando orgogliosamente sul gradino più alto una bandiera con su scritto “#essereFerrari”, uno il cui più grande sogno è quello di riportare Maranello sul tetto del mondo, possa anche solo pensare a mettere in atto una strategia così dannosa per la squadra che così visceralmente ama? 

Se sì, mi dispiace. Dal più profondo del cuore. E se sì, lasciate che io ve lo dica, la Formula 1 non è uno sport che fa per voi. 





Tags : f1formula 1gp russiasebastian vettelsochi
Stefano Nicoli

The author Stefano Nicoli

Innamorato dal 1993 di tutto quello che è veloce e che fa rumore. Admin e fondatore di "Andare a pesca con un'Audi R18", addetto stampa di Tsunami RT ed Enrico Fulgenzi Racing nel Porsche Carrera Cup Italia e nel Porsche Sports Cup Suisse, di Honda HRC nei GP di Misano '16 e Mugello '17 e di Force India nel GP di Monza '15 dopo aver vinto il 1° #JoinTheTeam, sono Editor per RedBull.com, sono accreditato F1, FE e WRC e faccio parte del Media Staff dell'Autodromo Nazionale Monza. Ho fondato FuoriTraiettoria.com mentre ero impegnato a laurearmi in giurisprudenza e su Instagram sono @natalishow