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Salone di Ginevra, parte seconda: la benedizione di Horacio





Anche senza la sveglia, mi sarei svegliato in orario. Il sonno è stato interrotto più e più volte, la voglia di non far tardi mi ha fatto svegliare di soprassalto ogni ora. Alle 7.30 sono nuovamente dentro la media zone, dove ad attendermi ci sono una dozzina e mezza di ceste ricolme di croissant e 7 macchinette per l’espresso di una nota marca italiana. A fine giornata saranno più o meno una decina i caffè bevuti. Sono riuscito a trovare posto praticamente affiancato alle più note testate automobilistiche italiane, niente male. Loro addobbati di tutte le più recenti soluzioni tecnologiche per i video, io all’arma bianca. Risalito, mi dirigo all’istante verso lo stand dell’Alpine.

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La nuova Alpine A110 è un’auto davvero ben riuscita. Una bella e lunga chiacchierata con i tecnici lì presenti mi ha svelato le caratteristiche più nascoste della vettura e soprattutto il concetto alla base della sua realizzazione: la fruibilità. I ragazzi della Alpine hanno puntato alla grande sul piacere di guida (trazione posteriore, motore centrale da 250 cv, leggerezza) cercando di non raggiungere gli estremismi delle altre competitors. Hanno cercato di creare una vettura che ti dipinga un sorriso inebriato ogni volta che la guidi, ma che allo stesso tempo sia confortevole per andare a fare la spesa. E questo anche attraverso la massima cura nei dettagli visibili, perché la A110 deve trasmettere emozioni anche da ferma. Dovremo provarla.

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Saltellando di qua e di là, arrivo allo stand Toyota. E lì, a ridosso del muro, ci sono le vetture da corsa della Casa. C’è la sfortunata Toyota TS050 Hybrid, c’è la Hilux fresca di Dakar e c’è la nuovissima Yaris WRC. Ed è quest’ultima a intrattenermi maggiormente, quell’alettone posteriore, visto dal vivo, è davvero enorme. Allo stand Toyota ha grande spazio la nuova Yaris, ma è soprattutto la sua nuovissima versione sportiva ad attirare l’attenzione. Si chiama Yaris GRMN (Gazoo Racing Masters of Nürburgring), motorizzata da un un 1.8 sovralimentato con un compressore volumetrico, capace di 210 cavalli. Le prestazioni non sono ancora state dichiarate, ma la Casa ammette (con molta fierezza) che questa piccola pepata è la migliore del suo segmento nella ripresa da 80 a 120 km/h. La trazione è anteriore, assistita da un differenziale a slittamento limitato di tipo Torsen

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Il momento di far visita allo stand del Cavallino è arrivato, ma non posso non fermarmi e prendere un po’ di tempo ad ammirare la mitica, l’ineguagliabile, PanDakar, messa un po’ nascosta all’interno dello stand Fiat.

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Lo stand Ferrari, a differenza degli stand Honda e Mercedes, non ospita la vettura di Formula 1. Sono presenti tutti i modelli stradali e lo spazio è fatto in modo per mettere Lei al centro di tutto. Stiamo parlando della nuovissima Ferrari 812 Superfast. Il suo motore v12 è nuovo e completamente diverso da quello della F12 Berlinetta. Promette più di 800 CV a 8.500 giri/min e 718 NM a 7.000 giri/min. Ma attraverso soluzioni come l’iniezione diretta a 350 bar e i cornetti d’aspirazione a lunghezza variabile si è riusciti ad ottenere un motore estremamente vigoroso anche ai regimi più bassi. Le linea della vettura sono disegnate per massimizzare il carico aerodinamico influendo minimamente sul drag. Ne esce una linea in cui pieni e vuoti si rincorrono in continuazione. L’emozione è soprattutto quella di sedersi dentro, e sentirla anche se solo da spenta. Ho avuto anche una piacevole chiacchierata con un manager della Casa, che mi ha invitato nel “retro stand” dov’era allestito un bar e dove si possono ammirare i materiali usati dall’atelier, in cui abbiamo parlato delle soluzioni tecniche adottate. Una chiacchierata molto interessante che è stata interrotta però da un evento che ha costretto i non invitati ad uscire.

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Mi dirigo allora da una storica rivale della Ferrari, la McLaren. Anche qui di vetture di Formula 1 nemmeno l’ombra. A farla da padrona è la nuova 720S, erede della 650S. Il motore è un V8 biturbo da 720 cavalli, in grado di erogare una coppia di 770 Nm a 5.500 giri. Lo chassis è leggerissimo, realizzato in fibra di carbonio e alluminio. Da ciò arrivano prestazioni limite, con uno 0-100 in 2,9 secondi e 341 km/h di velocità massima. Ma è stata la cura aerodinamica a essere messa come caposaldo del progetto: un meticoloso lavoro in galleria del vento e con i sistemi di simulazione computerizzata ha permesso un guadagno del 50% del carico aerodinamico rispetto alla 650S e un’efficienza complessiva raddoppiata.

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Guardo l’ora. Sono le due passate, il tempo è volato. E allora 5 ore per girare e rigirare tutto per rivedere e chiedere su dettagli non ancora visti. Ma soprattutto mi ero dimenticato della Ruf! Tutte e tre le vecchie serie della CTR erano lì, una di fianco all’altra. E poi c’era lei, il frutto di 5 anni di progettazione: la nuova Ruf CTR. La tinta è ripresa dalla prima, il giallo “Yellow Bird”, mentre la carrozzeria riprende le linee delle Porsche pre 1996. Tutto il resto è un modernissimo prototipo omologato. Telaio e carrozzeria in fibra di carbonio con sospensioni push-rod anteriore e posteriori.  Il motore è un’unità completamente originale, che riprende lo schema del “flat-six” originale con lubrificazione a carter secco ma con raffreddamento a liquido. Con una cilindrata di 3,6 litri e due turbocompressori eroga 710 CV e 880 NM che vengono scaricati esclusivamente sulle ruote posteriori attraverso una trasmissione rigorosamente manuale con il solo aiuto di un differenziale autobloccante (meccanico). Il peso, limato a 1.200 kg, consente accelerazioni entusiasmanti:0-100 in 3,5 secondi, 0-200 in 9. La velocità massima supera i 360 km/h.

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Come nella giornata precedente, mi son fermato molto spesso a guardare le linee della Pagani Huayra. E spesso avevo visto Horacio Pagani, che parlava con importanti fornitori o facoltosi clienti. Erano le 19, stavo per tornare in media zone per poi andarmene, ma ho deciso di fare un’ultima capatina in quello stand. Giacca blu elettrico, pantalone grigio chiaro, il Signor Pagani era lì immerso nei pensieri ad ammirare la sua creatura. Mi son fatto coraggio e con voce tremate l’ho chiamato. Uno sguardo, è venuto verso di me. Presentazione di rito e poi (col suo accento argentino) “Cosa fai nella vita, giovane?”. “Studio Ingegneria meccanica, e scrivo per fuoritraiettoria.com” dissi indicando il badge. “Allora mi raccomando, non limitarti a studiare l’ingegneria, ma soprattutto allena il tuo ingegno. Ci sono troppi ingegneri senza ingegno, senza di esso un ingegnere è vuoto. Ora – chiuse dandomi una pacca sulla spalla con una mano, mentre con l’altra non mi aveva mai mollato dal momento della presentazione – devo andare.”

Decisi che era il momento di andarmene da lì, con un sorriso enorme che mi segnava il volto. Un’esperienza magnifica. Uscito, mi misi seduto a riguardare foto e appunti, aspettando che la coda di auto sul viale d’uscita si snellisse. Il sole era tramontato da poco, le stelle iniziavano a fioccare. Pochi minuti e cominciò a piovere, quella pioggerellina fine e densa dal retrogusto londinese. La strada era tanta, le energie poche, ma la gioia di quel fugace incontro mi ha aiutato decisamente più dei 4 energy drink bevuti, in quel lungo viaggio di ritorno…





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Filippo Gardin

The author Filippo Gardin

Padovano classe 1993, ho iniziato a 2 anni a guidare, in quel caso una mini-replica della moto di Mick Doohan e da lì non mi sono più fermato. 2 e 4 ruote, entro e fuori strada e anche pista: cambiano le forme ma sono tutti frutti della stessa passione. Vi racconterò il Motomondiale, con la testa e con il cuore.