La fine dell’astinenza da podi in rosso e la prima vittoria tra i grandi, così Lewis Hamilton e Andrea Kimi Antonelli ieri in Cina. Il Sir trova il proprio punto di ripartenza con la Ferrari, tra i sorrisi di chi, per volontà di Toto Wolff, ne ha seguito le orme a Brackley. Un ricongiungimento inverosimile che, nel realizzarsi, ci ricorda la bellezza del fato. Sì, anche in questa pazza Formula 1 tra dati e concretezza.

C’è Peter Bonnington su un podio che parla italiano. Accompagnatore defilato, ma nemmeno troppo, è colui che scorta il pilota vincitore nel suo momento di gloria, diventando così elemento di un quadro che non invecchia mai davvero. Un’immagine, quella della premiazione finale di un Gran Premio, che naviga il tempo e – a distanza di anni – diventa immortale. Alcune più di altre entrano nella storia, lo sa bene Bono che ora è ingegnere di pista di Andrea Kimi Antonelli, dopo aver servito in cuffia Lewis Hamilton per 12 stagioni da record. Di gradini più alti, quindi, Peter ne ha visti eccome, scacchi matti della carriera leggendaria del Sir, costruita in Mercedes e che proprio nel connubio con il suo sussurratore si è aggiudicato il titolo di più forte di tutti i tempi.
La domenica di Bono, però, assume tutto ad un tratto un sapore diverso. Guarda con occhi fedeli il futuro della Formula 1 siglare il suo primo grande risultato e, nel farlo, fa i conti con il passato. Con colui che ha avuto l’onore di guidare, proprio dalla prima fila, alla conquista della classe regina. Siamo in Cina, Andrea Kimi Antonelli conquista la sua prima gara tra i grandi e, con lei, anche i cuori di tutta Italia. Riporta il tricolore là dove lo aveva lasciato per l’ultima volta Giancarlo Fisichella, che nel 2006 dava vita all’ultima festa azzurra al Gran Premio di Malesia. Lì dove ha già vinto sei volte, Lewis Hamilton riscrive una volta ancora la sua storia. Terza posizione e primo podio in rosso, così il campione britannico si scrolla di dosso il primo anno nero al Cavallino. Le prospettive poco chiare di un regolamento al limite del videogioco non assicurano repliche, ma nel mancare la promessa mettono fine all’attesa, facendo virare il matrimonio con Ferrari verso un futuro più promettente.
Non chiamare scherzo del destino quello che nella giornata di ieri ha battezzato Hamilton e Antonelli sarebbe un errore, o forse l’unica scelta di una qualsiasi persona pragmatica. Si tratta della chiusura di un cerchio, oltre ogni dato o fatto, perché quella linea sottile febbrilmente spezzata il 1° febbraio 2024 – giorno dell’addio ufficiale a Toto Wolff – ritrova la sua estremità e fa pace con sé stessa. Che Lewis Hamilton e Andrea Kimi Antonelli abbiano trovato a Shangai il loro punto di svolta, è innegabile e, allo stesso tempo, quasi paradossale. Sullo stesso podio si riuniscono l’uomo che ha scelto di lasciare e il ragazzo chiamato a raccoglierne l’eredità: due trame opposte ma legate tra loro. Perché la storia di Kimi starebbe forse ancora aspettando il suo prologo se Lewis non avesse preso una delle decisioni più irrevocabili della sua carriera.
Il #44 lascia quella che è stata casa e famiglia, alla ricerca dell’ottavo titolo iridato o forse solo di uno stimolo finale. Complesso è stato comprendere e dialogare in una Maranello sacra, cucita al limite tra idolatria, rispetto e tradizione. Eppure, tutto torna, basta solo avere pazienza. Andrea Kimi Antonelli è il prodigio che segue le orme di Verstappen, e come tale gli vengono rifilate infinite perplessità. Sono le stesse che Toto elenca meticolosamente nel team radio dopo la bandiera a scacchi, come a ribadire che quel ragazzino “troppo giovane e inesperto da guidare una Mercedes” era invece la scelta giusta, di testa e di cuore, contro ogni fendente mediatico.
Tutto assume un senso. Mentre uno piange per il sogno realizzato, l’altro non si risparmia nel dedicargli complimenti, senza tralasciare parole di riguardo per una Mercedes che continua a custodire gelosamente nel cuore. E poco importa che la squadra abbia ritrovato la strada in sua assenza, sono i ricordi a sconfiggere bandiera e colori, riconoscendo nel successo di un vecchio amico la più bella forma di rispetto.
Una storia, questa, che merita di essere ricordata. Trova oggi nei suoi protagonisti l’esempio perfetto di un destino ancora tutto da scrivere e che nella bellezza della casualità lascia manifestarsi i suoi capoversi più belli.
Perché a volte la Formula 1 sa essere anche questo.


