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Casey Stoner, stupenda e sincera nostalgia

Al Festival dello Sport di Trento, l’asso australiano ripercorre la sua carriera tra picchi memorabili e incomprensioni, spiegando i motivi dietro al precoce ritiro e analizzando le criticità della MotoGP attuale

4 Ottobre 2026
12 min read
Casey Stoner

Casey Stoner è una di quelle persone che ti arriva al cuore. Lo ha fatto in pista per anni con il suo talento cristallino, con vittorie e duelli memorabili, con quella sempre sorprendente capacità di spostare il limite qualche centimetro più in là, dove solo i fuoriclasse osano spingersi. E lo fa ancora oggi, quando, in occasione del Festival dello Sport di Trento, sale sul palco e ripercorre le tappe più importanti della propria carriera con timidezza, ma soprattutto con un’umiltà genuina che emerge ancor prima che dalle parole, misurate e delicate ma sempre oneste, dal tono e dallo sguardo. Da questo incontro nasce così un racconto intimo e ricco di sfumature di un pilota che in una manciata di stagioni ha sconvolto la MotoGP prima con la propria velocità e con uno stile di guida unico e poi con un ritiro arrivato molto presto, a soli 27 anni. Una storia iniziata molto lontano, arrivata ad emozionare milioni di appassionati delle due ruote.

I sacrifici e l’importanza della famiglia

La passione per le due ruote di Stoner arriva presto, quando nelle campagne australiane papà Colin lo mette su una moto da cui Casey non vuole scendere più. In poco tempo arrivano anche le prime gare, dove Stoner fa già intuire un talento che lo porterà lontano nella vita, lontano dall’Australia, ma mai distante dalla propria famiglia. A soli 14 anni, infatti, l’intero nucleo familiare lascia casa per trasferirsi in Europa inseguendo il sogno di vedere Casey correre in moto: “All’inizio ci siamo dovuti spostare in Europa perché se vuoi competere ad alto livello in moto devi cominciare presto. In Australia non puoi competere veramente prima dei 16 anni, per questo spostandoci in Inghilterra abbiamo potuto cominciare due anni prima. Nelle prime gare in Europa sono riuscito a destare interesse in molti. Poi ho corso anche nel campionato spagnolo, in Rookies Cup e Talent Cup, avendo così modo di affrontare alcuni tra i migliori piloti del mondo con cui poi ho continuato a battagliare per tutta la carriera. La mia famiglia aveva poco budget e ci muovevamo in camper passando da un campionato all’altro. Sono stati anni duri”. Stoner attraversa così un’adolescenza in cui la famiglia fa un investimento di vita enorme su di lui e sulla sua carriera, una decisione forte che gli regala un supporto fondamentale, ma lo carica anche di grandi responsabilità: “Questo è un argomento delicato per me. Da un lato se non hai persone che ti supportano non hai la possibilità di farcela, dall’altro non puoi nemmeno avere successo senza i membri giusti all’interno del tuo team. Nel mio caso però non abbiamo seguito solo il mio sogno, era anche il loro sogno quello di vedermi crescere e cominciare a correre”. Mentre racconta degli sforzi che lui e la sua famiglia hanno fatto nei primi anni della sua carriera, quando la MotoGP e il successo erano ancora speranze e non realtà a portata di mano, c’è spazio per riflettere sul significato della parola talento, una delle più usate per descrivere il nativo di Southport: “Non è che quando sei giovane ti rendi conto di avere talento, però per me il talento è una definizione-ombrello sotto la quale possiamo avere tante cose: un’abilità naturale per lo sport che fai, magari una comprensione del gioco migliore degli altri, talvolta l’approccio che hai verso qualche attività e il modo in cui comprendi debolezze e punti di forza. Il mio talento forse è stato più quello di avere un’apertura mentale che mi facesse guardare dentro e provare a continuare a imparare e a migliorarmi. Penso che ci siano alcuni atleti che sono particolarmente orgogliosi. A volte di fronte a un errore danno la colpa alla moto e lo capisco, perché devi trovare un motivo per continuare a combattere dopo molti colpi subiti. Ma per me non era così. Nei momenti difficili cercavo dentro di me le risposte e gli aspetti da migliorare; ho sempre imparato molto dagli avversari sia dentro che fuori la pista e sono stato fortunato a poter imparare da piloti che mi spingevano a fare sempre meglio”.

Casey Stoner
La passione per la pesca di Stoner vive ancora oggi, con l’australiano che ha passato gli ultimi giorni tra le montagne trentine pescando trote – © Motorcyclist

Il successo con Ducati, la popolarità, una moto indomabile (quasi) per tutti

Dopo l’esordio con la Honda del Team LCR di Lucio Cecchinello nel 2006, la carriera e la vita di Casey Stoner vengono stravolte nel 2007, con l’arrivo in Ducati e la conquista al termine della stagione del primo titolo mondiale in MotoGP per Stoner e per la Casa di Borgo Panigale. Un’annata indimenticabile, dove il binomio Stoner-Desmosedici GP07 diventa uno dei più iconici della storia del motomondiale. “Una moto che riuscivo a domare solo io? In realtà devo dire che in Ducati avevo un grande team di ingegneri e c’era tantissima voglia di vincere. Nella mia carriera non ho quasi mai avuto la miglior moto della griglia, ma ho capito subito che in quella squadra molti mi ascoltavano e non c’era un programma di lavoro già predefinito. Ero molto felice di essere in sella alla Ducati e non desideravo alcun’altra moto, perché con il team abbiamo fatto tutto ciò che potevamo per massimizzare la performance e trovare piccoli miglioramenti di weekend in weekend”. Un successo, quello del 2007, quasi impronosticabile all’inizio della stagione, con una consapevolezza di poter lottare fino all’ultima gara maturata corsa dopo corsa: “Non c’è stato un momento particolare in cui ho capito di poter vincere il titolo, però la terza e la quarta gara in Turchia e Cina, dove abbiamo avuto dei fine settimana fantastici, ci hanno fatto molto bene come squadra. Quelle gare non ci hanno però dato risposte per tutta la stagione. Forse a Donington, a metà stagione, vincendo ed essendo competitivi anche in condizioni diverse, abbiamo capito che potevamo lottare fino in fondo”. Nel giro di pochi mesi Casey Stoner passa così dall’essere un giovane pilota promettente e semisconosciuto al grande pubblico al diventare una stella globale, campione del mondo in MotoGP. Con il titolo arriva un’improvvisa popolarità non per tutti facile da gestire: “Sono una persona timida e per me correre significava semplicemente stare con le persone con cui condividevo il lavoro. La fama e i fan sono stati uno shock per me. Nessuno si attendeva grandi cose da me ed ero uno sconosciuto, quindi non è stato facile affrontare la popolarità in Ducati. Tuttora è difficile, ma è stato sicuramente molto bello sentire il calore dei tifosi. Anche il mio capo ingegnere lavorava per la prima volta in un team Factory, ad esempio. Però raggiungere un risultato come quello che abbiamo ottenuto in quello che, al tempo, era un team ufficiale ancora piccolo è stato incredibile”.

Casey Stoner campione del mondo ducati 2007
Ancora giovanissimo, Stoner conquista nel 2007 il primo titolo in MotoGP della storia Ducati – © Ducati

Le difficoltà e la rottura con Ducati

Dopo l’inatteso e improvviso trionfo mondiale del 2007 e un 2008 corso comunque da protagonista, per Stoner si apre un periodo difficile, in cui il rapporto con la stessa Ducati finisce per incrinarsi. A frenare il campione australiano è soprattutto un misterioso problema di salute, che gli provoca un’estrema sensazione di stanchezza e che richiede molti mesi di tentativi per essere risolto: “Tra il 2009 e il 2010 ho vissuto un periodo estremamente difficile. Non si sapeva cosa mi causasse quella sensazione di stanchezza e ai tempi ho consultato molti dottori, ma nessuno capiva perché fossi così stanco. Se non avessi potuto risolvere mi sarei dovuto ritirare a 23 anni e questo pensiero rappresentò una sveglia per me. Dovevo capire cosa non andasse. Al tempo stesso, però, persone che consideravo amici mi parlavano alle spalle e tutti avevano un’opinione differente sul motivo del mio malessere, ritenendo spesso che il problema fossi solo io. Non sapevano che sforzi facessi, quale dieta ferrea seguissi e quanto mi allenassi. Nel 2009 eravamo veramente a terra e non sapevamo più che fare. Dopo aver provato di tutto, un naturopata mi ha fatto togliere lattosio e glutine e, soprattutto senza lattosio, ho iniziato a stare meglio. Ma poi ricominciando ad assumerlo non ho avuto la reazione medica attesa. Tornato in Portogallo per la gara all’Estoril, ho tolto nuovamente il lattosio perché mi era stata diagnosticata ufficialmente l’intolleranza e una volta in circuito ho iniziato a stare meglio sessione dopo sessione. Il problema era di per sé piccolo, ma il mio corpo a causa di questo non era in grado di assumere nutrienti e inoltre peggioravo la situazione prendendo energizzanti e proteine che contenevano lattosio. È stato sicuramente il periodo peggiore della mia carriera”. E fu proprio tra il 2009 e il 2010, in un momento così complesso, che in Ducati si iniziò a ragionare sulla possibilità di fare un passo oltre il pilota australiano. Un trattamento che lo stesso Stoner ha ammesso di aver sofferto molto: “Mi sono sentito tradito da Ducati. Non intendo Ducati come insieme, con molti ho ancora rapporti stupendi e ho grande passione per il marchio, ma alcune persone influenti al tempo mi scrissero mail sorprendenti in negativo in cui dicevano che non concordavano sul mio periodo di pausa e che non dovevo aspettarmi che mi pagassero mentre ero in pausa per guarire. Poi però hanno offerto il doppio del mio stipendio a uno dei miei maggiori rivali: non è una questione di soldi, ma quando tutti intorno ricevevano proposte esorbitanti e io venivo trattato così, sono rimasto davvero ferito. Il 2010 è stato davvero difficile”.

Il rapporto con Valentino Rossi

Il 2011 è quindi l’anno del passaggio in Honda, con cui al termine della stagione conquisterà il secondo mondiale in carriera, dominando a lungo in sella alla miglior moto della griglia. A prenderne il posto in Ducati è Valentino Rossi, in un matrimonio che crollerà rapidamente sotto il peso di grandi attese deluse da una moto non all’altezza del titolo. E proprio il rapporto con Rossi e la loro rivalità, costruita su due caratteri agli antipodi e duelli da annali dello sport, ha rappresentato uno degli aspetti più interessanti dell’incontro: “Con Vale ci sono stati momenti di tensione, ma quando cresci vedi le cose in modo diverso e ora il nostro rapporto è migliorato. Da lui ho imparato moltissimo: ho sempre cercato di controllare tutti gli aspetti della vita di un pilota, ma non è sempre facile riuscirci. Valentino però gestiva fan e media in un modo incredibile e ho sempre avuto rispetto per lui, che ha vinto tanto ed è una figura fondamentale per il nostro sport. Poi sì, abbiamo avuto periodi di tensione, secondo me anche non giustificata da parte sua. Fuori pista era molto intimidatorio e su molti funzionava. Era bravissimo a portare le persone verso la sua narrativa attraverso la stampa. Come si rapportava con i media mi ha fatto capire come potevo migliorare in quelle situazioni e ci è voluto del tempo anche per me per capire come farlo. Ho imparato molto da lui, nel bene e nel male”.

Casey Stoner e Valentino Rossi
Rivali in pista e fuori, leggende di questo sport. Stoner e Valentino Rossi – © Box Repsol Honda

Il ritiro e una MotoGP che non c’è più

Il 2011 è perciò una stagione trionfale, in cui il titolo piloti con la Honda ha un sapore diverso da quello conquistato con Ducati: “Il primo mondiale è stato uno shock per me e per tutti e non ce lo siamo goduti come avremmo dovuto. Quando abbiamo vinto nel 2011 invece eravamo consapevoli di cosa stavamo realizzando, eravamo molto più sereni. Sapevamo di avere la moto giusta e sentivamo che anche nei momenti di difficoltà potevamo stare vicini agli avversari, mentre con Ducati in condizioni meno adatte a noi eravamo lontani. Nel 2011 eravamo più consapevoli e in controllo della nostra forza”. Il dominio del 2011 lascia però presto spazio a una lotta serrata con la Yamaha di Jorge Lorenzo nel 2012, in cui un infortunio ferma Stoner per alcuni GP estromettendolo dalla lotta per l’iride. In pochi però potevano al tempo immaginare che quella sarebbe stata l’ultima stagione della carriera dell’australiano, che durante il weekend di Le Mans annuncia il ritiro al termine dell’anno, spiazzando tutti. Ripensando ai motivi che lo spinsero a prendere una decisione così sorprendente a soli 27 anni e all’apice della carriera, Stoner non ha rimorsi: “Per me era il momento giusto. Correre è una passione, ma devo divertirmi a guidare. Alcune delle cose che mi piaceva fare nella guida erano cambiate: il campionato stava prendendo una direzione differente, con metà della griglia che non era competitiva a causa del mezzo; l’aerodinamica e l’elettronica iniziavano a essere troppo incisive e sono cose che non facevano per me. Secondo me i migliori piloti del mondo dovrebbero domare le moto più complesse del mondo, ma non è più così. Personalmente non avevo il desiderio di guidare quel tipo di moto”. Ciò che l’introduzione massiccia di aerodinamica ed elettronica ha rappresentato per la MotoGP lo si è visto negli anni a venire. Ciò non toglie che, probabilmente, con la scelta di scendere dalla sella così presto Stoner abbia perso la concreta opportunità di continuare a vincere: “Sono fiero dei campionati che ho vinto. Credo che avrei dovuto fare un lavoro migliore quando ero ancora in Ducati, non tanto prolungare la carriera. Ho colto alcune delle opportunità che ho avuto, ma ne ho anche perse altre. Nel 2008 ho finito la stagione con il polso a pezzi, nel 2009 ho avuto il problema con il lattosio, nel 2010 non avevamo una moto davvero competitiva e nel 2012 per un problema elettronico in qualifica mi sono rotto la caviglia. Sono però fiero di ciò che ho fatto”.

La MotoGP di oggi

In chiusura c’è spazio anche per alcuni spunti sulla MotoGP del 2026, di cui Stoner non apprezza molte delle soluzioni tecniche attuali: “Vorrei vedere l’acceleratore di nuovo davvero in mano ai piloti, dando loro la possibilità di derapare e tenere il controllo. Ma quando sei in sella ai prototipi più potenti del mondo e la moto non scivola, apri il gas al massimo e la moto resta stabile senza che succeda nulla, i piloti non possono più fare la differenza. Oggi si può incidere solo in frenata, dove il margine è sottilissimo e anche per questo vediamo incidenti spaventosi negli ultimi anni. Se rimettessimo le moto nelle mani dei piloti sarebbero magari un po’ più sicure e credo che vedremmo più marchi competitivi”. In fatto di norme tecniche il 2027 si prospetta come un anno di cambiamenti radicali, con la rimozione degli abbassatori, il passaggio alle gomme Pirelli e ulteriori novità. Tuttavia, come ha dichiarato a Fuoritraiettoria, Stoner non è affatto convinto che questo nuovo corso regolamentare sia ciò che serviva alla categoria: “Penso che non cambierà quasi nulla. Sono abbastanza sicuro che la larghezza delle ali sarà più o meno la stessa di quest’anno, perché per quanto riducano la larghezza complessiva della moto e delle appendici, la dimensione del motore sarà più piccola. Il che comporterà che le ali avranno un impatto proporzionalmente identico. È stato tolto l’abbassatore, ma semplicemente non avrebbe mai dovuto essere introdotto. Avrebbe dovuto essere come in Formula 1 con il sistema DAS: per l’equità dello sport andava bloccato immediatamente. Ci sono molte cose che devono cambiare nel regolamento della MotoGP. Dobbiamo rimettere il controllo nelle mani del pilota, considerando che abbiamo molta più elettronica di quanta ne abbia la F1. Per me è del tutto inutile e di certo non aggiunge nulla alle corse, anzi sta influenzando le gare più di quanto la gente si renda conto”. Infine, un pensiero sul campionato di quest’anno, che vede Márquez, Martín e Bezzecchi contendersi il titolo: “Nella prima parte della stagione Marc non sembrava in lotta, ma con gli ultimi risultati potrebbe essere lui il favorito, anche se ci sono molti punti in palio e tutto può cambiare in un attimo. Come si dice nel paddock da anni, l’unico che può battere Marc è Marc stesso. Gli incidenti e gli infortuni sono le sole cose che l’hanno rallentato. Ora corre in modo molto intelligente, sa gestire gomme e gare, sa quando attaccare e conosce i suoi avversari. Ho visto il suo braccio dal vivo ed è molto peggio che in foto: continuare a vincere in quelle condizioni è incredibile. Martín invece mi ha sorpreso: la crescita che ha fatto negli anni in Pramac e la sua determinazione sono impressionanti. Ha una guida molto fisica e per come è tornato dall’infortunio è incredibile averlo sempre tra i migliori. Bezzecchi infine mi piace molto per il suo talento e per come sta sulla moto, perché è in grado di mantenere alte velocità di percorrenza anche con tutta quell’elettronica. Mi piace il suo approccio: ha fatto alcuni errori e sta faticando a sistemare i piccoli dettagli per tornare in cima, ma ha un grande talento”.

Chi è Casey Stoner oggi?

Chi è, dunque, Casey Stoner oggi? Lontano dal clamore del paddock e dalle tensioni della pista, sul palco di Trento si è mostrato come un uomo sereno, che ha fatto pace con la propria storia e con le incomprensioni del passato. Non più soltanto il ragazzo timido travolto dall’improvviso peso della fama, ma un custode lucido e appassionato di un motociclismo essenziale, guidato prima di tutto dai valori, dal coraggio e dal talento, che metta al primo posto i piloti. È proprio in questo sguardo ancora affamato di autenticità che si coglie l’eredità più bella lasciata da Casey Stoner. Un uomo rimasto puro in un mondo che corre verso l’omologazione, capace per un’ora di fermare il tempo e ricordare a tutti per quale motivo, in fondo, continuiamo ad innamorarci di questo sport: le persone. E di persone come Casey Stoner abbiamo certamente bisogno.

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Martin Fedrizzi

Classe 2001. Da sempre appassionato di sport, intrattenimento e parole mi impegno per raccontare storie ed emozioni dentro e fuori la pista.

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